(Nuova) vita irlandese

4 12 2011

Dublino

Finalmente. Dopo quasi cinque mesi torno a scrivere. In questo tempo (che mi è sembrato davvero lunghissimo) tante cose sono successe, tante sono cambiate, tante sono sempre ed inesorabilmente le stesse. Quello che è certo è che in questi mesi la mia testa ha centrifugato tante emozioni che troppo spesso sono rimaste inespresse, vuoi un po’ per la pigrizia, vuoi un po’ per gli impegni di una vita frenetica. Questo post (che probabilmente sarà chilometrico) mi ronza in testa da tanto tempo ed è giunta ora di riversare i miei tanti pensieri nero su bianco. In una parola: ho bisogno di esplodere (un po’ come quando trattieni della creatività dentro di te a lungo e poi, non appena ti ritrovi difronte ad una tela bianca, non hai bene chiara l’idea di cosa vorrai dipingere, e allora ti limiti a scaraventare colori in maniera sconnessa).

Qualcuno, anonimamente, ha commentato il mio ultimo post (quello scritto prima della partenza per Dublino) chiedendo “e l’Irlanda?”. Bella domanda: per mesi mi sono domandato che cosa avrei scritto di questi luoghi e di questa mia nuova vita ed ora – finalmente – mi accingo a farlo…nella mia solita maniera un po’ turbolenta e un po’ irrazionale, seguendo il flusso di coscienza che in genere mi porta a gettare pensieri sconnessi sul monitor del mio computer. Cercherò di procedere con ordine, anche se non è affatto facile riassumere in poco tempo momenti intensi ed emozioni complesse vissute in un periodo di tempo relativamente così lungo.

A fine luglio ho lasciato la mia casetta sul lago carico di tanto entusiasmo e – stranamente – impreparato per una nuova avventura. Mi sono ritrovato a Dublino con una strana serenità che in genere non mi appartiene: senza aver cercato una casa prima di partire, senza ansia, senza troppe aspettative…e per qualche mese mi sono lasciato trascinare dagli eventi elettrizzanti che in genere le grandi novità comportano. E’ strano da descrivere: in genere ho bisogno di pianificare ogni singolo dettaglio, sapere dove vivrò, consultare mappe e cartine, scoprire tutto della città e dei suoi angoli nascosti…questa volta è stato diverso. Credo sia stato merito dei quattro mesi trascorsi a casa dopo essere rientrato da San Francisco, mesi in cui ho ritrovato una pace e un equilibrio che di solito non mi appartengono. Continuo a pensare a quei mesi e a come non avessi alcun progetto per il futuro, alle ore trascorse scrivendo la tesi, alla ritrovata intimità famigliare, alla guarigione dal trauma del rigetto americano, alle ritrovate amicizie. Sono stato bene. Non posso negarlo: pur non avendo un piano, sono stato bene ed ero pieno di speranza e di fiducia. Poi l’email di Google a fine aprile, i colloqui telefonici, il colloquio a Dublino, e poi l’attesa…! E’ stato un po’ snervante, lo devo ammettere, ma allo stesso tempo quella fiducia che ha caratterizzato i miei mesi italiani non mi ha mai abbandonato, e ho creduto fortemente che alla fine avrei ottenuto il posto. E così è stato. Il piano del destino si è svolto in maniera così fluida che gli avvenimenti di quei mesi, quando guardo indietro, mi paiono davvero surreali. Ma è così che doveva andare e così è stato.

Noogler graduation

Appena arrivato a Dublino devo ammettere di essermi sentito un po’ tramortito dagli eventi, come se tutto fosse accaduto troppo velocemente, come se tutto fosse stranamente andato alla perfezione, come se fosse tutto troppo bello per essere vero. L’impatto con Google è stato assolutamente da togliere il fiato: le attività di orientamento, la socializzazione con gli altri Noogler, le serate, gli eventi, i training, conoscere il mio team, l’ambiente, i servizi, le opportunità. La sensazione che ho provato è come se io – pesce – mi fossi ritrovato nuovamente a nuotare tra le mie acque, dopo un lungo periodo di siccità. Ciò che a mio parere rende davvero grande quest’azienda sono le persone: improvvisamente sono stato circondato da migliaia di talenti internazionali, provenienti da tutte le nazioni europee, con curriculum strabilianti, storie di vita emozionanti, ambizione da vendere, interessi inesauribili. Un incredibile melting pot, una serie di ingranaggi ben oliati che all’unisono fanno funzionare una grande macchina. Sono entusiasta della gente che lavora a Google: perché ognuno di loro è una grande fonte d’ispirazione, un’espressione di dinamismo che mi induce a migliorare costantemente. I primi mesi non sono stati facilissimi: guidato dalla mia classica tendenza a sottovalutarmi, mi sono spesso chiesto “perché io, sarò davvero all’altezza?”. Mi sono sentito diverso e inappropriato rispetto ai miei colleghi super tecnici, super nerd e con lauree in business administration. Ma poi ho capito che il valore inestimabile di un luogo di lavoro come questo è la diversità: diverse culture, diversi background, diversi talenti, diverse skills. Ciò che ci accomuna è la stessa passione e la stessa determinatezza. Quando ho smesso di paragonarmi agli altri mi sono guardato dentro e ho capito che cosa avevano visto in me e che anche la mia diversità era parte di quel grande ingranaggio che ci fa funzionare così bene insieme. Ed è da quel momento di realizzazione che anche le mie skills stanno venendo allo scoperto: ad esempio la scrittura, la creatività, la creazione di contenuti multimediali, la passione per i social media. Ed è su queste cose che lavorerò per specializzarmi ulteriormente. Ma non si limita tutto a ciò: lavorare a Google è un po’ come tornare al college, non si smette mai di imparare. Ogni giorno è una nuova sfida: non vieni assunto solo per ciò che sei oggi, vieni assunto per quello che potrai essere domani. Nel mio lavoro precedente le mie competenze sono state messe all’opera ma non sono state ampliate. Qui le mie competenze sono solo la punta dell’iceberg: c’è così tanto da imparare, da scoprire, da mettere in pratica, e quello che è fenomenale è che questa è un’azienda che vuole vederti crescere e per farlo ti fornisce una serie infinita di risorse di apprendimento e sviluppo personale. Mi sento incredibilmente stimolato e allo stesso tempo coccolato da questa filosofia aziendale basata sulla fiducia, la trasparenza, la crescita, lo sviluppo, e ogni giorno mi sento estremamente onorato ed orgoglioso di farne parte.

Googlers

Sempre relativamente alle persone, ciò che mi ha strabiliato di Google è che qui non ho trovato soltanto dei colleghi stimolanti: ho trovato anche degli amici. Un contesto così internazionale (che davvero mi ricorda tanto un campus universitario dato che siamo tutti stranieri “trapiantati” qui da qualsiasi parte del mondo) è davvero un ottimo incubatore di amicizie e l’ambiente di Google facilita i rapporti interpersonali che vanno al di là del lavoro stesso. L’orientamento, le feste, le conferenze, gli eventi, le caccie al tesoro, sono grandi occasioni per conoscere nuova gente e stringere nuove amicizie. E’ bello arrivare in ufficio ogni mattina alle 8.30 e sapere che al tavolo della colazione la tua crew di gente ti sta aspettando (Claudia, Hector, Angeline, Berta, Celine, per nominarne alcuni), è bello sapere che non pranzerai mai da solo perché c’è sempre qualcuno che organizzerà un pranzo con te, ed è altrettanto bello sapere che spesso qualcuno ti invita a cena a casa sua, organizza una serata al pub oppure una festa.

Io e Rhys (Blues Brothers) sul palco della Google Sales Conference

Insomma, la cosa che davvero non mi aspettavo da questa esperienza irlandese è che non mi sento mai solo e che sono sempre circondato da gente. Anche le serate organizzate col mio team al completo (incluso il nostro manager) mi rendono pieno di gioia, perché condividere la tua vita coi tuoi colleghi è molto di più che semplicemente condividere una scrivania, e il mio team è davvero stupendo e non potrei chiedere nulla di meglio! Tutto ciò è completamente diverso dagli Stati Uniti e da qualsiasi altro luogo di lavoro probabilmente. A San Francisco, una volta usciti dall’ufficio “chi si è visto, s’è visto!”. Qui invece il rapporto che si crea coi colleghi va davvero al di là! In particolare, ringrazio ogni giorno di aver conosciuto Claudia che è veramente la mia benedizione irlandese e il mio punto di rifermento principale. Con lei ho condiviso la stanza d’albergo la prima settimana, l’appartamento per le due settimane successive, le colazioni, tanti pranzi e tante cene, pomeriggi in centro, feste e tante belle serate. Grazie Claudia!

(Un piccolo lavoro di cui vado molto fiero):

Dico “appartamento” perché per la prima volta nella mia vita ho un appartamento tutto mio. Mi sembra ancora incredibile ma anche questo sogno si è realizzato. All’inizio la scelta è stata davvero difficile per uno abituato ad aver sempre condiviso appartamenti universitari con altre persone, ma si è rivelata essere la scelta più azzeccata! Essendo sempre circondato da persone tutto il giorno e non sentendomi mai solo, è bello qualche sera potersi ritirare privatamente nella propria accogliente casina a guardare un film sul divano. E’ bello potersi vivere ogni spazio della casa senza dover scendere a compromessi con altri inquilini. E’ bello poter fare la lavatrice quando mi pare, decidere se lavare o meno i piatti, quando pulire e come pulire. E’ bello poter ospitare amici e parenti e farli sentire a loro completo agio. Ed è soprattutto bello sentirsi completamente indipendenti senza dover rendere conto ad altre persone di come trascorri il weekend, di che umore sei, di cosa vuoi o non vuoi fare, di come fai la raccolta differenziata o di cosa mangi. Adoro la mia casetta: è davvero graziosa e spaziosa, con un bell’arredamento e delle luci molto calde. E adoro godermela, soprattutto la sera e nei weekend quando posso. Per la prima volta, dopo 6 anni di condivisione, mi sento pienamente a casa mia, nel mio nido. Posso finalmente arredarmela come voglio, personalizzarla a pieno, comprare una nuova TV se mi pare, e via dicendo. Però penso spesso alle mie coinquiline di San Francisco – Jada e Kristy – e mi mancano molto. Mi manca la loro presenza e tutto quello che hanno rappresentato per me. Mi manca come quella casa mi nutriva e proteggeva, anche se devo ammettere che qui mi sento molto più libero e a mio agio. Confermo la teoria che ho sempre avuto: sono un gatto selvatico! Adoro essere coccolato e ricevere attenzioni, e mi piace stare in compagnia, ma allo stesso tempo ci sono momenti in cui ho bisogno di stare da solo, di affermare la mia indipendenza, di pensare indisturbatamente. Ed è allora che questa casa diventa un vero tesoro…anche se a volte magari, vivendo da solo mi impigrisco o mi intrappolo nel mio labirinto di pensieri. Sì, perché come al solito penso troppo ed è la mia rovina.

Laurea

In questi cinque mesi tante cose sono successe al di fuori di Google: il 20 settembre mi sono finalmente laureato ponendo fine al mio ciclo universitario specialistico dopo una tormentatissima tesi rimasta in cantiere per più di un anno e mezzo (mentre ero in California). La convinzione sempre più crescente è che se fossi rimasto a San Francisco non mi sarei mai laureato. Quei quattro mesi a casa, in Italia, sono stati una manna dal cielo, perché mi hanno finalmente permesso di concentrarmi sulla tesi, di godermi la mia famiglia e di gettare le basi per un radioso futuro. Quattro mesi “passerella” a cui devo davvero moltissimo. La cerimonia di laurea è stata bellissima. Completamente diversa da quella triennale, ad espressione di quanto io sia cambiato in questi ultimi tre anni, di quanto il mio modo di vivere le cose sia completamente diverso. Pochi intimi davvero importanti, toni pacati, nessuna goliardia: una fantastica mezza giornata che non dimenticherò facilmente. La naturalezza e la sicurezza con cui ho discusso la mia tesi, il 110 e lode che chiude per sempre (e alla grande) un percorso universitario vissuto come una pesante ancóra che mi tratteneva tra due mondi, le persone, e la magnifica giornata di sole radioso che Padova mi ha regalato (e cazzo se me la doveva una giornata così!) sono momenti che resteranno indelebili. Ho perfino rivisto Marco – compagno di avventure californiane – dopo mesi e Giusy – mia cugina che non vedevo da cinque anni. Chi doveva esserci, c’era! Una fantastica giornata importante, vissuta come un giorno qualsiasi: questo è il nuovo Marco.

Mamma e papà a Dublino

Nei mesi successivi Roby e Ricky sono venuti a trovarmi a Dublino, seguiti da Marco – compagno di avventure michigandiane – e dai miei genitori. Tre settimane intense che mi hanno aiutato ad apprezzare l’Irlanda un po’ di più. Con Marco abbiamo fatto un bellissimo road trip (nel nostro stile) sulla costa atlantica dell’Irlanda: davvero da mozzare il fiato, mentre con i miei genitori siamo stati intorno a Dublino, baciati da tre magnifici giorni di cielo limpido e sereno, sole raggiante, e temperature miti: mai successo nella storia di quest’isola. Avere qua mamma e papà è stato davvero importante: vedere l’entusiasmo, la soddisfazione e l’orgoglio nei loro occhi e nei loro sorrisi è stato magico. Non vedevo l’ora di condividere con loro quello che per tanti anni mi hanno aiutato a costruire. Sono davvero fortunato!

Per concludere questo quadretto delizioso (e sdolcinato) fatto di lavoro dei sogni, colleghi strabilianti, nuovi amici, una casetta tutta mia, il peso della laurea finalmente sollevato, e visite di persone importanti, va fatta menzione ad Alan, il ragazzo irlandese che sto frequentando da un po’ più di due mesi. No, non sentirete storie strappalacrime ricche di emozioni altalenanti e amori confettati…anzi in realtà per ora non ne sentirete parlare molto. Volevo solo ricordare a me stesso che in questo periodo della mia vita una nuova persona è entrata in punta di piedi e mi fa stare bene. Così diverso da tutto quello di cui ho esperienza: una nuova sfida che mi fa nuovamente mettere in discussione evidenziando tutti i miei punti deboli. Quando sei abituato a vivere le relazioni in maniera estrema, la normalità fa davvero paura…ma in fondo è ciò di cui più ho bisogno. Normalità ed equilibrio. Vedremo come andrà avanti: ho davvero un ottimo feeling!

E qui arrivo al punto fondamentale dell’intero post. Nonostante io sia estremamente consapevole e grato di quanto sia fortunato e privilegiato (ringrazio l’universo ogni giorno per tutto quello che ho e per tutti i sogni che ho realizzato) e so che fuori c’è la fila di gente che farebbe volentieri a cambio con la mia vita, un livello di insoddisfazione rimane perennemente e mi sta facendo diventare pazzo. Pazzo perché so di non aver nulla di cui lamentarmi, perché so che tutto quello che ho sempre voluto (indipendenza, stabilità, un appartamento, un lavoro appagante, sicurezza economica, ecc.) ora ce l’ho e dovrei essere la persona più felice al mondo. Eppure questa felicità la percepisco tutta intorno a me ma non riesco ad afferrarla. E’ una sensazione stranissima e frustrante: come se nel tempo avessi elaborato una fitta pellicola non traspirante tutta attorno al mio corpo. La felicità mi sfiora, mi tocca, mi accarezza…ed io non riesco a farla entrare dentro. La metafora della pellicola si applica anche ad altri ambiti, per esempio al modo con cui vivo le cose. Forse sono solo cresciuto e maturato e la mia percezione delle cose è completamente diversa, ma un tempo riuscivo a vivere tutto intensamente e a tradurre i pensieri in emozioni, e facevo tesoro di quelle emozioni che mi nutrivano e che a volte, quando troppo forti, mi consumavano. Ora invece mi sento come anestetizzato e incapace di afferrare quelle emozioni e tenerle strette a me. La felicità è tutta intorno a me e a volte mi sento davvero felice. Ma non dura. Non resta. Non riesco ad incanalarla e mi sfugge dalle mani, scivola sulla pellicola dopo pochi istanti. Prendiamo Dublino come esempio. In un post così lungo ancora non ne ho parlato. E’ perché Dublino è una città che non riesco a far entrare dentro di me. Non riesco a sentirla mia, non riesco a sentirmi parte di essa. Non è che non mi piaccia: ma è quella sensazione strana al confine tra l’amore e l’odio: l’indifferenza. Dublino a volte mi è completamente indifferente, come se non vivessi davvero qua, come se fossi una proiezione olografica trasmessa da qualche altra parte. E non so spiegarmi il perché ma ho sempre questa costante sensazione che nonostante la mia vita sia praticamente perfetta, gli manca sempre quel qualcosa che non riesco a definire. In questi mesi ho pensato spesso, troppo spesso a San Francisco: l’unica città che ho davvero sentito come mia, come se ne facessi parte, come se fosse stata costruita appositamente per me. Quando la mattina cammino verso l’ufficio penso a San Francisco, a quando camminavo verso la metro e poi riemergevo in superficie in mezzo a quei grattacieli maestosi. Penso a quelle emozioni: ogni mattina era un’emozione, ogni vista della baia dalla cima di una collina era un’emozione, ogni quartiere esplorato nel weekend era un’emozione. A San Francisco mi sentivo estremamente vivo e perennemente…emozionato. Quell’emozione è scomparsa: con San Francisco è stato amore a prima vista, ho voluto succhiarne tutta la linfa vitale con l’ingordo desiderio di scoprirne ogni singolo angolino: una città in cui ho vissuto e che ha vissuto con me. Dublino invece mi è totalmente indifferente. Non la odio, non mi odia: semplicemente ci ignoriamo a vicenda. Io la ignoro quando la mattina cammino con l’aria stralunata di chi non riposa mai abbastanza, lei mi ignora con le sue nuvole impenetrabili all’accesso di un raggio solare. A tratti è anche graziosa, ma non mi dice granché. E la mia mente va costantemente al di là dell’oceano e del continente americano e passeggia su quel ponte rosso sospeso sull’oceano, mentre il mio corpo resta qua nel grigiume umido di una cittadina che non conosce estate alcuna. Spesso Dublino mi rende meteoropatico, mi rende pensieroso, mi rende malinconico ed introverso. E ciò non mi piace. Quando sono a Google mi pare di vivere in una specie di universo alternativo, come se fosse un’enclave all’interno dell’Irlanda, ma poi, quando esco, Dublino non mi fa sentire a casa mia. Forse sono troppo severo con questa città che ancora conosco così poco, ma a volte mi pare di vivere qua solo per il lavoro, non per la città in sé, mentre a San Francisco era l’esatto opposto: pur di stare là avrei fatto qualsiasi cosa. E’ evidente che San Francisco e la California mi mancano un sacco, ma sono anche consapevole che la mia vita là non era affatto perfetta. Qui ho un lavoro fantastico, una vita sociale, un appartamento tutto mio e un ragazzo che dopo un paio di drink ancora si ricorda il mio nome…la cosa che mi manca con tutto me stesso è la città dove vorrei vivere e come quel luogo mi facesse sentire vivo e migliore. Mi manca la spiritualità di quella casa e tutte le cose che mi ha insegnato: la pellicola che mi riveste ora è il sintomo che ho decisamente perso la connessione con la mia ritrovata spiritualità, che sta ritornando a fondo. Il ragazzo con il pugnale affilato ogni tanto si ripresenta a rovinarmi la festa e torna a prendere il sopravvento complicandomi la vita. Quell’ansia perenne che mi ha sempre accompagnato sin dalla nascita si è resa nuovamente manifesta. Ansia che poi si trasforma in pigrizia, che poi si trasforma in apatia. E’ un po’ come se la mia dualità addormentata si fosse risvegliata improvvisamente da un breve letargo: quella spaccatura tra la voglia fremente di partire, cambiare, esplorare il mondo, e dall’altra parte il desiderio esasperato di stabilità, di fermarsi, di gettare delle radici. E’ l’altalenarsi della felicità di essersi finalmente “accasati” in una base stabile, e lo sconforto di non avere una nuova meta davanti a sé. A volte la valigia rossa chiusa nel ripostiglio tira una sgommata rampante e mi incita ad una nuova fuga. Altre volte la guardo docile e inerme sdraiata sulla sua mensola e ringrazio che finalmente si sia fermata. Come può la stabilità qualcosa che ho cercato disperatamente per anni farmi adesso così paura? Ma è davvero così difficile fermarsi, allentare i pensieri, godersi la sosta? Perché mi sento costantemente un’anima in pena? La verità è che sono consapevole di vivere nel passato e che invece dovrei staccarmi da esso. Me ne accorgo con Dublino, costantemente paragonata a San Francisco (come Padova era paragonata ad Ann Arbor) e me ne accorgo anche con Alan con cui a volte ho la tendenza a giocare ad un nuovo gioco utilizzando le vecchie regole. E questa cosa mi fa paura, perché se c’erano delle certezze che un tempo avevo, esse erano il mio amore e le mie emozioni. E cosa succede quando ti rendi conto che non sai più come si ama (perché la tua idea di amore è stata completamente rivoluzionata negli anni ed ora ti fa paura) e non riesci più ad emozionarti per le cose più semplici che un tempo ti toccavano nel profondo? Bho, forse è che a un certo punto si diventa adulti e gli occhialetti rosa da cui un tempo vedevi il mondo finiscono sotto una scarpa…e in quel momento ti senti completamente perso, perché le vecchie regole non valgono più e devi trovarne di nuove.

Non è poi che San Francisco mi abbia fatto solo del bene dopotutto: la storia con Marc mi ha decisamente creato delle fisime di cui sto ancora scontando il prezzo, e appena arrivato in Irlanda avevo degli incubi ricorrenti nei quali il mio “visto irlandese” veniva negato… (questo per esemplificare quanto l’esperienza americana mi abbia anche un po’ traumatizzato e non solo allietato).

Lo scorso weekend Alan ed io siamo stati in una SPA, un bellissimo hotel con centro benessere e ottimo cibo. In un momento di silenzio gli chiedo a cosa sta pensando e lui mi risponde “all’Iraq”. “Perché all’Iraq?”. “Penso a quello che accade nel mondo per distrarmi, sai, cronaca, politica…”. Ed è allora che ho avuto un’epifania lampante e tagliente come un fulmine: io non penso mai a nulla di esterno, e non lo avevo mai realizzato prima. Tutti i miei pensieri sono indirizzati all’interno, a quello che accade dentro di me, a come mi sento, a quali sono le mie sensazioni, a qual è il mio stato emotivo, a cosa farò oggi, a cosa devo fare… Totalmente introverso (o egocentrico che dir si voglia!) E allora ho capito che io non ho un pensiero che mi distrae: se sto bene penso costantemente a quanto sto bene, se sto male penso costantemente a quanto sto male. E quando penso alla mia unica valvola di sfogo, penso a questo blog, e potete immaginare quanti di questi pensieri abbiano stagnato nella mia mente per mesi senza possibilità di andare all’esterno, di essere espressi. Dio, quanto sono complicato! A volte mi convinco che l’autoconsapevolezza e l’autoanalisi siano una forma di dannazione. La verità è che in questi mesi ho completamente trascurato me stesso, i miei hobby, gli amici lontani…insomma tutte le cose che mi fanno stare bene, un po’ per pigrizia, un po’ per la mia pessima gestione del tempo, un po’ per lo stress.

Bho, sono confuso e questo post non sta davvero procedendo da nessuna parte. Quindi mi fermo qua, con la consapevolezza che la formula perfetta della felicità non l’ho ancora trovata e che c’è ancora tanta strada a livello personale da fare: ma le sfide non mi spaventano. Sono anche consapevole che tutto all’esterno può costantemente cambiare ed evolvere, nuovi paesaggi, nuove persone, nuove prospettive…ma se tu non evolvi con il tutto allora quella che vivi sarà solo una novità apparente (da qui deriva il titolo del post). Tuttavia è un po’ il destino del viaggiatore: non si può certo pretendere di sentirsi a casa propria ovunque si vada. Occorre tempo, tempo che anch’io dovrei concedere a me stesso per adattarmi pienamente a questo nuovo Paese, a questa città, a questa gente…che in un modo o nell’altro sono diversi da tutto ciò a cui ero abituato.

Oltre ad adattarmi pienamente alla mia nuova vita (sì, sono ancora in fase di transizione) spero vivamente che nei prossimi mesi accanto alla gratitudine e all’apprezzamento per tutte le cose che la vita mi ha dato, subentri in me anche un meccanismo per afferrarle e iniziare a godermele a pieno. Perché altrimenti qual è il senso di fare tanta strada in salita se poi non riesci a gustarti la vista dall’alto?

 ***

PS: per leggere qualcosa di più allegro che ho scritto qualche mese su Dublino fate clic qui e qui (miei articoli pubblicati su Be Mag)

PPS: le opinioni espresse su Google in questo post sono mie e mie soltanto e in alcun modo riflettono quelle dell’azienda.


Azioni

Informazione

Una risposta

21 12 2011
Christian Oberti

CIAO MARCO,
COME PRIMA COSA MI CONGRATULO PER LA LAUREA E COME SECONDA PER IL POST ESTREMAMENTE E MINUZIOSAMENTE ESPLICATIVO! SCRIVI BENE.
VEDRAI CHE IL TEMPO TI PORTERA’ AD APPREZZARE E FARE TUA NEL PROFONDO ANCHE DUBLINO, RIUSCIRAI A COMPORNE UNA SINFONIA ALTRETTANTO BELLA, SE NON PIU’ BELLA DI QUELLA CHE HAI FATTO SUONARE PER SAN FRANCISCO.
UNA SBRONZA AL TEMPLE BAR LA FECE CANTARE A ME’ UNA SGRAZIATA SINFONIA!!!!!
NON TI RUBO ALTRO TEMPO SE NON AUGURANDO A TE’ E A TUTTE LE PERSONE CHE HAI NEL CUORE UN BUON NATALE ED UN NUOVO ANNO COLMO DI SERENITA’.
CHRISTIAN OBERTI

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