Primo gennaio 2011. L’inizio di un nuovo anno.
Chissà come mai siamo tutti portati a fermarci a pensare alla nostra vita proprio quando l’anno muore. Ci fermiamo per un istante e facciamo il resoconto dei 364 giorni precedenti e ci prefissiamo buone intenzioni per l’anno in arrivo, che poi dimenticheremo nel giro di pochi giorni. Ma perché si fa solo in questo momento? In fondo anch’io – proprio ora – sento l’esigenza di scrivere e ricapitolare a me stesso quest’anno…un anno che senza dubbio ho amato con tutto me stesso. Il 2010 mi mancherà davvero molto, perché è stato un anno importante, ricco di grandi rivelazioni, sogni realizzati, cambiamenti profondi e rivalutazioni essenziali. E non posso dire lo stesso per ogni anno. Il 2010 è stato un anno che ho voluto vivere a fondo: l’ho vissuto molto e l’ho scritto poco. Mi rendo conto che sto vivendo una nuova vita a San Francisco da 7 mesi e sono stato così travolto dalle emozioni (belle o brutte che siano state) che non ho mai avuto la voglia e la pazienza di sedermi al computer e trascriverne il vissuto. La mia vita è cambiata radicalmente e devo tutto a questa città straordinaria che mi è entrata dentro ed ha iniziato a prendersi cura di me, a guarirmi, a farmi crescere. Non voglio ora limitarmi ad eseguire una mera elencazione di esperienze vissute e di traguardi raggiunti perché credo che le liste sminuiscano la bellezza del “racconto in presa diretta”. Posso comunque affermare con sicurezza che questa è stata l’estate più bella della mia vita. Per la prima volta da quando sono nato sento finalmente di aver trovato un posto in cui poter congedare il mio irrefrenabile senso di fuga, quello che mi portava a sentirmi a disagio nel trovarmi nello stesso posto per più di qualche mese. Sento di aver trovato una stabilità, una meta, un porto in cui ancorarmi. Ed è strano parlare di stabilità quando la mia vita in questi ultimi mesi è stata tutt’altro che stabile ed è tuttora appesa ad un filo che non è in mio controllo…
A San Francisco ho trovato la mia dimensione naturale, il mio habitat. Non potrò mai dimenticare il sorriso del mio primo giorno di lavoro quando uscendo dalla metropolitana mi sono trovato di fronte alla maestosità di quei grattacieli; l’emozione di scalare la vetta più alta ed ammirare la bellissima città dall’alto; il senso di libertà nell’attraversare il Golden Gate Bridge in bicicletta sospeso tra l’oceano e il mare o di andare in spiaggia sotto il ponte ed in mezzo alla nebbia; il senso di appartenenza durante il Pride di giugno; il sentimento di liberazione sociale che si prova nel vivere nella città più liberale e più open-minded d’America.
San Francisco mi ha dato tanto, mi sta dando tanto. Mi ha dato un lavoro a tempo indeterminato nel cuore della downtown, dove sto imparando ad innamorarmi di una professione un tempo a me sconosciuta. Mi ha dato dei colleghi su cui so di poter contare. Un ambiente di lavoro famigliare e stimolante, dove gli orari non contano, conta solo che alla fine della giornata i tuoi compiti vengano portati a temine. Un ambiente in cui per stare bene insieme si fa l’happy hour il giovedì, o si va al karaoke, o si organizza un viaggio aziendale a Las Vegas. Un lavoro che mi sta dando la possibilità di accrescere il mio curriculum, scoprire nuovi mondi, divertirmi, appassionarmi. Un lavoro in cui vengo stimato, dove mi si danno grandi opportunità e dove ciò che creo è davvero apprezzato. Un lavoro, che se tutto va bene, mi permetterà di rimanere negli Stati Uniti per i prossimi anni…
San Francisco mi ha anche regalato un’estate memorabile, trascorsa nella mia vecchia casa sulla collina con coinquilini divertenti ed un grande amico e compagno di avventure: Marco. Non ci sono parole per descrivere come ce la siamo spassata insieme: le serate, le improvvisate, i drammi, le trasgressioni…una bellissima amicizia che può solo essere descritta per immagini (e musica). Proprio per questo voglio lasciare al mio video (qua sotto) l’arduo compito di rappresentare la mia estate a San Francisco con Marco.
E come se di Marco nella mia vita non ce ne fossero già abbastanza, un altro personaggio importante di quest’estate è stato il mio ragazzo Marc. Nonostante gli alti e i bassi e poi la fine della nostra relazione poche settimane fa, Marc ha giocato un ruolo fondamentale nella mia esperienza di inserimento a San Francisco, ed io gli sarò sempre infinitamente grato per essere stato al mio fianco ed avermi supportato quand’ero così spaesato. Non so bene come parlare di Marc visto che il pensiero di lui ancora aleggia nella mia mente. Diciamo che è un ragazzo d’oro, come ce ne sono pochi al mondo. Buono come il pane, pacifico. Mi ha infuso una grande serenità all’inizio…soprattutto venendo dalla burrasca dei miei drammi sentimentali passati (che non sono poi così passati in fondo…). Marc è stato un’ottimo compagno di viaggio diciamo. Ci siamo voluti un mondo di bene, e ce ne vogliamo tutt’ora…ma diciamo che non ci siamo mai innamorati l’uno dell’altro. Ci siamo fatti tanta compagnia, però l’affetto non basta a tenere in piedi una relazione e le nostre differenze di carattere, attitudine ed aspirazione ci hanno portato alla rinuncia. Credo mi sia capitato Marc (o meglio, credo di averlo attratto) per la legge del Contrappasso…Tutte le cose che odiavo di Simone le ho ritrovate in lui, e tutte le cose che amavo di Simone invece non c’erano, anzi erano proprio l’opposto. Allora ho capito che il problema sono io…ed ora che so quali sono i due estremi, la prossima volta sceglierò nel mezzo. Al di là di pregi e difetti (che quelli ce li abbiamo tutti, io in primis), l’esperienza con Marc è stata importante e rivelatrice…e ancora una volta mi ha fatto capire che quello sbagliato sono io. Che le storie finiscono per colpa mia e delle mie fottutissime convinzioni e aspettative. Che in fondo ho ancora molto da imparare sull’amore…ma per poterlo fare, devo prima imparare ancora molto su me stesso.
Ad ogni modo, il dono più grande ed inestimabile che mi ha fatto San Francisco, è la spiritualità. Mi sono riscoperto una persona molto spirituale ed ho intrapreso un percorso di crescita e conoscenza che mi ha portato ad importanti rivelazioni. Il merito di questa ritrovata spiritualità, è senza debbio della mia attuale casa e delle mie attuali coinquiline – Jada e Kristy – che sono la mia famiglia di San Francisco. Da agosto abito in questo meraviglioso quartiere hippie ed ambientalista – Cole Valley, sottoquatiere di Haight Ashbury, dove nacque il movimento hippie negli anni 60. Vivo in una casa che è environmentally aware e sustainable. In casa sono vegetariano, mentre le mie coinquiline sono vegane. Ricicliamo ogni cosa possibile, e impariamo nuovi metodi per risparmiare energia ed usare fonti rinnovabili. Le mie coinquiline mi insegnano yoga, meditazione, non violent communication, Qigong, tapping (EFT), e altre tecniche di cura e guarigione. E’ un ambiente sano, pulito, rigenerante e di forte crescita. Jada e Kristy sono ragazze fenomenali: una è massaggio terapeuta che pratica il Chi Nei Tsang (Chinese Abdominal Massage), e l’altra è un’atleta che ora si sta allenando per un triathlon benefico che raccoglierà i fondi per sostenere la lotta al cancro del sangue. Entrambe sono grande fonte di ispirazione e di insegnamento e sono onorato di far parte di questa famiglia. Insieme possiamo veramente parlare di tutto, ed io mi sento sempre accolto, amato e protetto in questa casa. E’ un’esperienza incredibile e non so come potrei farcela nei momenti di sconforto senza questo indispensabile supporto. Non mi è mai piaciuto tirarmela…ma a volte davvero mi rendo conto di avere due palle così: vivo solo, dall’altra parte del mondo, senza l’aiuto dei miei e la vicinanza degli amici cari d’infanzia, in una terra straniera in cui sono l’”immigrato”, devo curare le mie finanze, pagare i conti, gestire le mie scartoffie burocratiche, senza aggiungere cucinare, lavare e stirare. Non mi vergogno nel dire che SONO ORGOGLIOSO DI ME STESSO. Inoltre, per la prima volta nella mia vita, dallo scorso giugno sono completamente autosufficiente, ho conquistato finalmente la tanto desiderata indipendenza finanziaria…ed è una sensazione straordinaria che ho aspettato per tanti anni di poter vivere sulla mia pelle. Ed ora sono qui: un promettente giovane uomo talentuoso nel mezzo di una scalata professionale, ma soprattutto personale – e ci sono arrivato con le mie gambe. Non potrei essere più soddisfatto ed appagato di così. Mi sento da dio.
Naturalmente la mia vita non è perfetta, mica la do a bere a nessuno. Non faccio più il cantastorie di favole impomatate. Di momenti down ne ho avuti tanti. Tanti scoraggiamenti, tanto stress, tante paure, persino crisi di panico. Le cause principali? Naturalmente le colonne portanti della mia vita: Amore e Futuro.
Amore è un po’ stronzo e si diverte a tormentarmi l’anima. Per quanto razionalmente io possa scrivere che Simone faccia parte del mio passato…in realtà so che non è così. E per quanto io possa affermare che Marc non sia il ragazzo giusto per me o che non ne sia innamorato, una forza invisibile continua ad attrarmi a lui e farmene sentire il bisogno. Gli Spiriti la lezione già me l’hanno mostrata (vedi post precedente: “Healing – La Cura”): il mio modo di amare funge da riempimento dei miei vuoti. Amo perché mi sento incompleto. Amo afferrando elementi esterni stringendoli con bramosità al petto. Attiro a me persone delle quali difetti inesorabilmente rappresentano i miei, le mie mancanze, e accuso loro di essere sbagliati per me…quando sono io ad essere invece sbagliato per me stesso. Allora forse mento quando dico di non aver bisogno di Marc nella mia vita, o nel sostenere l’impossibilità dell’amore con Simone. O forse no. Forse solo non riesco ad accettare quella lezione: che se non amo me stesso con tutto il mio cuore, non riuscirò mai a trovare una persona che mi soddisfi. Nelle mie relazioni invece mi annullo negli altri…annego nella loro personalità che mi metto a dissezionare fino a trovarne le imperfezioni. Come un sabotatore. Metto nelle loro mani la chiave della mia felicità…e se loro non riescono ad aprirne la porta, allora mi convinco che non siano all’altezza dell’arduo compito. Ma la mia felicità non può dipendere da qualcun altro. E’ una responsabilità troppo gravosa per poter essere affidata ad un fidanzato. La felicità va davvero trovata dentro di se. Quando sarò sereno e in pace con me stesso, allora la mia positività attirerà il ragazzo giusto. Sono stanco di amare per necessità, per supporto, o per paura della solitudine. Adesso voglio AMARE per AMARE.
Dico “quando sarò in pace con me stesso”, perché ora certamente non lo sono affatto. Nonostante i traguardi raggiunti, i sogni realizzati, e le grandi conquiste personali, la mia anima è ancora irrequieta. Il nemico è sempre lui: Futuro. Futuro è piuttosto sadico, si diverte a mettermi alla prova, a testare la mia (già scarsa) pazienza. Io lo conosco piuttosto bene, ho sempre avuto un’idea piuttosto chiara dell’aspetto che ha. Se ne sta lì fisso davanti a me, però ogni volta che cerco di afferralo balzando in avanti, lui si divincola e si allontana ancora un po’. Si prende gioco di me e gli piace torturarmi. Fin da quando sono bambino, son cresciuto con la mentalità del “te lo devi guadagnare”. Ancora oggi pare che le cose per me non debbano mai essere facili ed indolori. No, io nel fango ci devo sempre sguazzare prima di raggiungere la fonte di acqua pura. Ed è vero che in questo modo il traguardo è ancora più soddisfacente…però…che coglioni! Parlando fuori metafora, la situazione è questa: negli Stati Uniti sono un immigrato (per quanto questa parola non mi piaccia affatto) e il mio status attuale dipende da questioni burocratiche anche conosciute come visti e permessi di soggiorno. Ad agosto, quando sono stato assunto dalla mia azienda dopo lo stage, il mio capo è rimasto talmente contento del mio lavoro che si è iniziato a parlare del futuro. Nel concreto ha deciso di sponsorizzarmi un costoso ed ambito visto per lavoratori che (se viene approvato) avrà la durata di 3 anni più rinnovo di altri 3. Tradotto: un sogno che diventa realtà (già quando ero in Michigan sognavo di trovare lavoro là e farmi sponsorizzare questo visto per poter restare con Drew!). Sapevo che il processo sarebbe stato lungo e tortuoso…ma se ad agosto mi avessero detto che avrei dovuto patire le pene dell’inferno, non so se ci avrei creduto.
A fine agosto ho assunto un avvocato con il quale ho cominciato a lavorare per mettere insieme tutte le carte necessarie per fare domanda. Ebbene, la fase di preparazione è terminata l’8 dicembre scorso, quando finalmente la domanda è stata inoltrata. Ora, è quello che ci sta nel mezzo che è allucinante: mille imprevisti, ritardi, lunghissime attese, una camionata di burocrazia (fatti mandare la laurea tradotta in inglese da Padova, sistema i voti del libretto, trova le equipollenze dell’università del Michigan e di Berkeley, fatti convertire la laurea italiana in una laurea in comunicazione americana, prendi il treno e vai a incontrare l’avvocato a un’ora da SF, poi sistema i documenti finanziari, fai una lista di tutti i clienti europei dell’agenzia e cerca i contratti, scrivi la job description, aspetta che il capo abbia un secondo di tempo per firmarti un pezzo di carta, invia tutto all’avvocato con FedEx, aspetta email che non arrivano mai, lascia messaggi in segreteria a vuoto, paga con assegni circolari…ecc.) SCLERO! Ho passato dei momenti in cui davvero ho toccato la soglia della crisi di nervi…eppure dentro di me la speranza è sempre stata viva. Tutto questo fino a Natale, quando dopo mille peripezie, tecnicamente avrei dovuto ricevere una risposta (positiva) dal dipartimento dell’immigrazione…che invece è arrivata giorni dopo facendomi sapere che la decisione è stata rimandata per incompletezza della documentazione. Tutto quello che avevo chiesto per natale, l’unico vero regalo che avrei voluto trovare sotto l’albero, era quel sudatissimo visto che mi avrebbe permesso di tornare a San Francisco con il sorriso sulle labbra e la serenità nel cuore (almeno per 3 anni) e poter finalmente metter da parte lo stress accumulato in questi lunghi mesi per potermi concentrare su altri obiettivi. Invece ovviamente no…perché Futuro gioca a fare lo stronzo. Ora mi trovo qua, ad un mese e mezzo dalla scadenza del mio visto attuale, a non sapere cosa ne sarà di me a partire da marzo. Questa decisione governativa avrà il potere devastante di decidere le sorti della mia vita. In caso di esito negativo, a metà febbraio perderei il diritto di risiedere negli States, e di conseguenza perderei un lavoro a tempo indeterminato, uno stipendio, l’intera copertura assicurativa e previdenza sociale…ma soprattutto perderei la mia vita…che è qua e qua vuole restarsene. Non ho mai avuto tanta paura di perdere tutto come di questi giorni. E poi la gente ignorante in Italia pensa che gli immigrati abbiano la vita facile. Cosa ne sapete voi di cosa significhi inseguire un sogno in una nazione straniera, investire denaro e risorse per crearsi un futuro migliore, cercare di farsi strada nell’ostile tessuto sociale, costruire relazioni ed esperienze…per poi lasciare che un ufficio dell’immigrazione distrugga con un soffio tutto quello che hai messo insieme con tanta passione? Io ho un’altra chance, l’ultima chance. E sono speranzoso…devo esserlo per forza: la posta è molto alta e ho troppe cose da perdere. Mi aggrappo a quelle speranza con tutta la forza che ho in corpo…e continuo a lottare per vincere anche quest’ultima sfida. Ma quando mai farò una vita tranquilla io? Sto telefilm non finisce mai…
Tornare in Italia è bello…ma solo per le vacanze! Le ultime che ho passato lì – quelle natalizie – sono state davvero belle. Finalmente. Dopo il ritorno lampo di giugno che altro non ha fatto che causarmi stress e incasinare la vita a chi non se lo merita, finalmente 16 giorni da passare tranquillamente con la mia famiglia. Se escludiamo il pochissimo tempo che ho passato con loro in quegli otto giorni di giugno, era un anno e mezzo che non avevo un bel rapporto in carne ed ossa (ovvero non tramite una webcam di Skype) con i miei genitori e mio fratello. E’ stata davvero una vacanza rigenerante e ricca di amore dei miei famigliari e degli amici di vecchia data. Qualche piccola nota melodrammatica anche questa volta non è mancata…fortunatamente la mia ritrovata maturità ha fatto in modo di sventare il colpo…che stavolta sarebbe stato mortale. Dimentico spesso com’è la realtà di paese (anche se in realtà io non ne ho mai preso parte visto che gli studi mi hanno sempre tenuto lontano dal borgo e dal suo parleggiare). La gente parla un sacco…(poverini è perché sono annoiati)…e parla a sproposito. C’è chi se ne va in giro a piangersi addosso cercando la pietà delle persone e raccontando storie di un traditore di sogni “scappato in America”. Mi fa sorridere. Perché è esattamente il contrario: io qui ci sono venuto per inseguire un sogno semmai. E facile parlare di fughe quando l’accusa esce dalla bocca di chi non si è mai avventurato all’infuori del suo orticello. Io non sono scappato da nulla e da nessuno. Io ho preso una strada…le altre decisioni, contestabili o meno, hanno naturalmente seguito quella scelta. Sorridi e annuisci. E l’unica cosa che puoi fare di fronte all’ignoranza. La futilità di cui certa gente si circonda parla da se…
Fortunatamente, le mie vacanze italiane non sono state intaccate da queste mine vaganti. Anzi, sono state all’insegna di quelle che sono le cose davvero importanti: famiglia, amici e buoni sentimenti. Ho rivisto Marco M. e Giuseppe (Michigan) dopo un anno e mezzo, ho rivisto Alessandra, Ketty, Chiara,e gli amici di sempre che ogni volta mi sorprendono con il loro caloroso bentornato. Poi Marco I. (Berkeley) è venuto a trovarmi da Bologna, dov’è tornato stabile, ed è stato stranissimo trovarci entrambi in terra madre per la prima volta. Però abbiamo passato una bellissima giornata e serata insieme! Mi manca già…
Ho voluto passare molto tempo con i miei genitori ed approfittare del mio ritrovato buon umore e del mio nuovo equilibrio interiore per interagire con loro e godere di un rapporto costruttivo (negli anni passati ero spesso inavvicinabile e scontroso). Mi hanno dato tanta gioia.
E col ritorno a San Francisco si conclude il mio 2010. Ieri, l’ultimo dell’anno è stato magico e completamente inaspettato. Dopo le grandi epifanie degli spiriti (vedi post precedente: “Healing – La Cura”), eccoli tornare con nuovi insegnamenti…
Ogni esperienza, ogni persona, ogni relazione è unica e, in quanto tale, speciale e irripetibile. Finché continuerò a basare i miei giudizi sulla mia conoscenza passata del mondo, cercherò sempre il paragone, fisserò sempre delle aspettative che poi verranno deluse, e non afferrerò mai la bellezza e il potenziale dell’unicità delle esperienze che sto vivendo e delle persone che entrano nella mia vita. Ho chiesto scusa a Marc per averlo continuamente paragonato al modello di Simone. Ho chiesto scusa a Berkeley per averla fatta sembrare un nulla in confronto ad Ann Arbor.
L’altra importante rivelazione ha a che vedere con la mia dualità: la parte buona e spirituale e la parte diciamo più trasgressiva ed animale. Avevo fame mente ero lì sdraiato circondato da candele. Una calda baguette mi aspettava in cucina ed io la bramavo. Ma prima ho voluto capire che cosa questo bisogno davvero significasse. E’ un bisogno di nutrizione? Il pane non contiene nessun agente nutritivo: è solo fatto di acqua, farina e lievito. E allora la mia baguette che cos’era? Dopo essermi scervellato per un bel po’ ho deciso di saziare la voglia e di azzannarne un pezzo. E allora ho capito: la baguette era la mia voglia di fumare, di fare sesso, di sentirmi culturalmente parte di qualcosa (tradizione italiana del pane in tavola), e tante altre cose. Il pane era il vizio, l’abitudine, il tabù. E per quanto a volte io mi auto-convinca che sia sbagliato cedere ai vizi, alle abitudini e ai tabù…in realtà a volte ne ho bisogno. Ho bisogno di cadere in tentazione e di lasciarmi andare. Perché a volte la privazione e l’auto-castigazione mi fanno solo più male. Allora una forza dentro di me mi ha detto di uscire. Di andare fuori, in mezzo alla gente e di celebrare la fine di questo anno fantastico. Mi son vestito e sono corso fuori verso la fermata della metro. Il convoglio era pieno zeppo di ragazzi ubriachissimi che a malapena si reggevano in piedi. In genere una situazione del genere mi avrebbe fatto ribrezzo e pure un po’ di paura. Ma non ieri sera. Sono uscito di casa col cuore aperto alla gente e sapete una cosa…la gente intorno a me se n’è accorta ed ha visto il nuovo me. Sulla metro tutti si scambiavano auguri e cantavano canzoni. Anche questi ragazzi, che normalmente avrei reputato degli zoticoni trinca birre, mi sono apparsi sotto un’altra luce. La gioia nell’aria era talmente forte che ne sono rimasto inebriato. Quando sono sceso a Church Street tutto il convoglio mi ha fatto gli auguri. Poi ho iniziato a camminare sorridente su Market Street verso il Castro. Tante persone in festa, luci, costumi, gente fuori di melone. Mi ha fatto piacere. Ho ringraziato San Francisco per permettermi di fare parte di questo arcobaleno di colori ed energie. Poi un signore per strada mi ha fermato e mi ha detto: “Tu devi essere un creativo. Hai la faccia da creativo. Fai teatro? Scrivi? Disegni? Si, sono sicuro: tu sei un ragazzo creativo!” Quando ti apri alla gente e ti mostri per quello che sei…la gente ti percepisce davvero, ti sente. Basta solo far crollare quella maschera difensiva che spesso indossiamo per proteggerci. A volte mi è più facile non sorridere, essere silenzioso ed introverso. Poi i ragazzi mi dicono che me la tiro e che non mi approcciano perché sembro irraggiungibile con la mia aria da bello impossibile. E ci rimango male. Perché io sono tutt’altro che questo. Ieri ero me stesso. Con la gente. Tra la gente. In coda fuori da Trigger, una coppia mi ha chiesto di dove fossi. Nel sentire “Italy” la gente qua va fuori di testa. E mi invidiavano perché là è tutto bellissimo…molto meglio di San Francisco. Avrebbero fatto a cambio. E’ proprio vero che chi non ha il pane ha i denti e viceversa. Poi un ragazzo entra, mi passa davanti e mi dice: “Tu sei francese o italiano, giusto?” Resto un po’ stupefatto e gli chiedo come fa a saperlo. Mi risponde che un anno fa mi ha portato a casa a Berkeley dopo una serata nel Castro. Marcus! Come ho potuto dimenticarmelo, certo! Un anno fa, quando a Berkeley conducevo una misera esistenza di autocommiserazione, ogni tanto per sfuggire alla claustrofobia di quel luogo, attraversavo il grande ponte a bordo della metro e raggiungevo la città – meta tanto desiderata – per andare a scoprire qualche nuovo quartiere nel weekend, o per andare a ballare al Castro da solo come uno sfigato. Ecco, quella sera ero a Badlands, un club, e dopo una lunga nottata avevo conosciuto Marcus, un ragazzo adorabile, di quelli proprio vecchio stampo. Dopo aver parlato per un po’, come un vero gentiluomo mi aveva riaccompagnato fino a Berkeley (risparmiandomi 2 ore di bus notturno). Poi non l’ho più sentito. Già allora avevo avuto la sensazione che fosse una sorta di angelo custode venuto a salvarmi da una serata depressiva ed alcolica. Dopo ieri sera ne sono certo. Una volta entrato (e pagato la bellezza di $30) eccomi a Trigger dove praticamente bisognava camminare sopra le persone per poter passare. Prendo una birra e poi cerco di ballare nella bolgia. Sorrido. Per tutta la serata ho sorriso e un sacco di persone mi hanno fatto dei begli apprezzamenti. Poi, poco prima della mezzanotte, un ragazzo carino inizia a ballare con me. La musica del Castro è sempre la migliore. Poi countdown…10…9…8…7…6…5…4…3…2…1…HAPPY 2011! E il ragazzo carino mi bacia (porta fortuna dicono, no? Ah no, quello era il vischio…eheh). Poi mezz’ora dopo scopro che si chiama…indovina un po’…Marco. Vabbè comunque lascio perdere perché è di L.A., se la tira un botto e semba uscito dal telefilm The O.C. Tornato in pista, ho ballato ininterrottamente fino alle 2 (ora della chiusura) con Marcus, dei suoi amici, un altro ragazzo che conoscevo e altri che ho conosciuto sul momento. La cosa stupenda è che sono uscito di casa da solo ma non mi sono mai – neppure per un attimo – sentito solo, perché ero parte della gente, e quando sei ben disposto verso gli altri, conoscere persone diventa davvero facile. A Trigger hanno passato canzoni recenti e canzoni di qualche anno fa, canzoni che ascoltavo in Michigan, canzoni che suonavano al Necto di Ann Arbor quando andavo a ballare con Marco M., Giuseppe e Cat. Canzoni che in genere non riesco più ad ascoltare perché mi generano malinconia dei tempi passati. Invece ieri sera, dopo la lezione appresa, ho assaporato quelle canzoni e anziché compiangere le vecchie emozioni, ne ho fatto tesoro nel mio cuore. In breve, quello che ho imparato, è che devo lasciarmi andare molto di più, prendermi meno seriamente, colpevolizzarmi di meno, aprire me stesso agli altri, ammirare i ricordi ma imparare a non vivere di essi, che trasgredire ogni tanto fa bene, che puoi essere una persona profonda anche se ti piace andare in discoteca, che la gente ti apprezza quando ti mostri per quello che sei, che non sono solo mai, che c’è chi mi protegge, che ogni persona o esperienza è unica e speciale, che AMO SAN FRANCISCO con tutto me stesso.


Non solo tu sei giustamente orgolioso di te, lo sono anche tutte le persone che ti conoscono e ti hanno conosciuto e che poco ormai sanno di te.
Ma soprattutto, lo è anche il Marco in continua evoluzione, il Marco che era vicino alla 600 nel bosco, il Marco che si è sentito diverso, nel senso di sbagliato, il Marco arrabbiato con il mondo e demotivato.
Complimenti Marco, di cuore!
p.s. non lascio il mio nome non per vigliaccheria ma perché non desidero creare polemiche o problemi. ci tenevo egoisticamente a dirti questa cosa. se ti fa piacere, bene altrimenti cancella pure!
Grazie! Davvero!
Sono intrigato e incuriosito da questo messaggio anonimo…e chi mi conosce sa che sono un curioso senza speranza.
Belle parole! Mi farebbe tanto piacere sapere da chi arrivano. Me lo puoi far sapere…anche solo in privato.
Grazie per leggermi e per il sostegno!