Healing – La Cura

5 12 2010

Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in una selva oscura che la diritta via era smarrita…

(Non sempre la soluzione ai nostri problemi viene dall’esterno. Siamo esseri potenti, dotati di poteri curativi che vanno al di là dell’immaginazione.)

Ridevo. La situazione mi divertiva al quanto. Per la prima volta dopo tanto tempo mi sentivo leggero ed in pace con il mondo, felice. Godevo del momento presente. Poi, è arrivato lui – l’altro me – quello che rovina sempre tutto. Il guastafeste. Il sabotatore. Il calcolatore preciso e ineccepibile. Il giudice severo. Il sentenziante. E mi ha urlato di smetterla. “Questo non è un gioco, non è un divertimento. Devi cercare te stesso: è una cosa seria”. E il buco nello sterno si allarga, lasciando tralasciare la solita malinconia, la abituale tristezza. “Perché non vuoi farmi giocare?”

Rotolavo. Rotolavo su una spiaggia di sabbia fina, fino a toccare l’oceano, fino a bagnarmi. Le mani di mia madre mi cullavano tra le onde. O forse era madre natura. Forse dio. Chi lo sa. E mentre sguazzavo nell’acqua, ecco l’ondata nera – l’altro me – che mi ribalta per riportarmi alla realtà. “Devi focalizzare le tue attenzioni, concentrarti, perseguire i tuoi obiettivi, porti le domande giuste.” Non posso solo giocare? Almeno per un attimo. Almeno senza sentirmi in colpa.

Perché mi parlate in inglese spiriti? Non è forse l’italiano la mia lingua madre? Why do you speak English to me? – “What’s the matter? Qual è la differenza? Non ci capisci forse in egual misura?” E’ perché a volte non so come esprimermi, a volte mi sento di appartenere a due mondi e a nessuno allo stesso tempo. A volte vorrei urlare le mie emozioni più profonde in inglese e mi inciampo. A volte vorrei essere immediato e naturale ma nessuno mi capisce in italiano. Ma alla fine, a quale mondo appartengo io? Da che parte sto? Sono un’entità ibrida, ed è una ricchezza: non ne devo soffrire.

Abbracciavo Nasino nel mio letto – il mio fedele animale di pezza compagno di mille viaggi e mille avventure. Ma il tasso Nasino (o è forse un riccio?) è molto di più che un semplice pupazzo. E’ l’amore che mi porto appresso, è la sicurezza che mi accompagna, è il conforto di quando mi sento solo, il cordone ombelicale che mi lega all’infanzia, il ricordo di ciò che è stato. Nasino è tutto ciò che non voglio perdere.

Perché non ti trovo più? Dove sei finito? Nasino si era nascosto. O forse era partito. Mi aveva abbandonato? Le lacrime sul viso. Non è un pupazzo: è la paura dell’abbandono, la paura della solitudine, la paura che le persone che mi amano si allontanino da me. Gli amici partono, le relazioni finiscono, i rapporti evolvono, i parenti muoiono…! Nasino è il conforto alla mia paura. La paura della morte. Non avevo mai realizzato quanto la morte mi paralizzi e mi spaventi. Ho rivissuto la morte dei nonni, il vuoto nel cuore di mia madre, la mia inettitudine di fronte a quella situazione. Poi sono volato fino al letto di nonna Gina. Ed ho ammesso a me stesso che fin da quando sono piccolo la mia più grande paura è quella di perderla. Quella che prima o poi dovrò lasciarla andare. Che qualcuno all’improvviso la strapperà dalle mie braccia. Come gli spiriti mi hanno stappato Nasino dalle mani. Non te ne andare nonna, resta con me. Resta con me e Nasino. Resta con me sempre. Ho visto la morte in faccia, e le lacrime hanno coperto il mio viso. Non andatevene spiriti. Io devo capire. Devo tenermi stretto tutto l’amore, gli amici e le persone care. Voglio stingere Nasino al mio petto per non avere paura di crollare nel mondo misterioso dei sogni. Non ve ne andate.

Ma davvero amare significa afferrare veracemente e soffocare l’oggetto del nostro amore contro al petto? Amare è forse stringere forte e non mollare la presa? L’amore davvero viene solo dall’esterno? Perché ci ostiniamo a credere che la fonte della felicità sia all’infuori di noi? Forse siamo noi la sorgente! Ed è allora che ho lasciato andare Nasino. E la nonna. E i nonni. E gli amici in partenza. E tutte le persone che lasciano la mia vita. Andate! Dovete fare il vostro corso, come io devo fare il mio. Vi amerò sempre. Ma soprattutto, io amo me stesso, e sono qui con me. Sempre.

I rumori dalla strada distraevano i miei pensieri. Smettetela auto di sfrecciare davanti alla mia casa. Questo è il mio spazio. Smettetela passanti sconosciuti di camminare sotto la mia finestra, parlando di cose che non mi riguardano: le vostre conversazioni non mi interessano. Smettetela ragazzette frivole di ridere animatamente: i vostri schiamazzi mi disturbano. Aspetta un attimo…forse allora non sono poi così aperto come credevo! Così tollerante, disponibile, accogliente.

Una mano sulla mia fronte si è alzata e a mo’ di tentacolo ha iniziato a pulsare con movimenti circolari. Dall’esterno verso l’interno della mia mente. Ho accolto – risucchiato – pensieri, prospettive ed opportunità esterne…e le ho rese mie. Ho aperto ulteriormente la mente alle altre opzioni che la vita offre. Non c’è solo la mia versione dei fatti: la gente ha tante storie da raccontare. Bisogna ascoltare ed imparare . Bisogna tendere una mano e coinvolgere. Bisogna immergere il piede e poi buttarsi in nuove situazioni.

Mi sono ritrovato sottoterra. Circondato da radici (forse sono una radice anch’io). Ed è lì che è iniziato il viaggio nel passato, il processo di scoperta, la cura: un tunnel temporale indietro nel tempo…fino ad un momento specifico della mia infanzia. Un periodo importante che avevo dimenticato. Ho capito chi è la prima persona di cui mi sono innamorato da bambino, e di come strapparmi da lui e da quel mondo sia stato doloroso. Ho ricordato quella conversazione in auto con papà. Una conversazione che forse ero troppo piccolo per poter capire…e che non credevo invece potesse crearmi un tale shock emotivo. La mia idea di amore ha iniziato a formarsi allora. Con la delusione, con la rabbia. Come ho potuto dimenticare quell’episodio? Dopo quel giorno, Samuele non l’ho più rivisto. Cosa ne sapevo io dell’amore? A quanto pare niente. Ma non è che gli adulti potessero insegnarmi un granché in fondo. E forse inconsciamente non ho mai perdonato mio padre.

Durante la mia fanciullezza non ricordo di aver mai visto i miei genitori baciarsi. Forse non ho nemmeno mai creduto si amassero veramente. Lo scambio d’affetto sembrava qualcosa di troppo privato per essere mostrato in pubblico, persino davanti a me. Di amore da loro ne ho ricevuto tanto però. Durante il mio viaggio, mia madre è stata sempre presente. Con le sue carezze e il suo affetto incondizionato. L’amore non mi è mancato. Poi è arrivato mio fratello, e si aggiudicato mio padre tutto per se.

Per questo amo all’incontrario. Per me l’amore è una continua manifestazione di gesti, di sentimenti, di emozioni. Mi sento così insicuro che ho il bisogno costante di affermazione. E lo mostro in pubblico. Lo urlo al mondo. Lo spiattello ai quattro venti. Talvolta persino me lo invento l’amore, anche quando non lo provo. Lo ingigantisco, lo rendo palese, visibile, tangibile, palpabile. Per essere sicuro che ci sia, che si veda. Che le persone intorno a me ne siano al corrente. Ma l’amore è qualcos’altro…ancora non l’ho imparato a quanto pare.

I bambini sono cattivi. I bambini mi torturavano. I bambini sono stati i miei aguzzini. “Ma sei un maschio o una femmina?”, “culo”, “frocio”, “finocchio”. Io non ho mai detto nulla ai miei. Nessuno ha mai preso le mie difese. Solo non capivo perché gli altri mi percepissero così e allo stesso tempo mi sono sempre sentito diverso da tutti. Alle elementari e alle medie ho frequentato ragazze per dimostrare agli altri (a me stesso?) di essere come loro mi volevano, come la società mi voleva. E mi prendevo gli insulti come frustrate al cuore. Alle superiori le cose non me le dicevano in faccia, ma le mormoravano tra i banchi o nei corridoi, ed era ancora più umiliante e disarmante. Allora per proteggermi, diventai uno stronzetto con la puzza sotto il naso. Uno di quelli che giudicano come gli altri si vestono, o che fanno commenti superficiali. Uno di quelli che nei college movies americani fa la parte del bulletto o della cheerleader stronza. Ma quello non era il vero me. Solo una scorza dura.

Poi gli spiriti mi hanno portato a vedere il momento più duro di questo processo di tortura: l’autorealizzazione. Quando ammetti a te stesso di essere davvero diverso. Di essere gay (o di essere qualsiasi cosa che si discosti dalla “norma”). Quello è il momento più difficile, specialmente se sei un giudice crudele con te stesso. Le lacrime scorrevano come fiumi in piena sul mio viso nel rivedere queste scene: soprattutto nel rivivere il momento della mia prima volta…totalmente diversa da come sarebbe dovuta essere. 17 anni, una 600 parcheggiata nel bosco, ed un ragazzo più grande conosciuto su internet (unico mezzo con il quale agli inizi degli anni 2000 potevi sapere che al mondo esistevano altri “deviati” come te). Mi sono sentito violato. L’amore è tutta un’altra cosa. Le lacrime sul mio viso si sono tramutate in sperma che mi ha accecato gli occhi e inondato la gola in un grido di terrore.

Il viaggio è continuato fino ad un altro momento che ha cambiato la mia adolescenza per sempre: il coming out con i miei genitori. Lacrime. La negazione e il rifiuto di mia madre, l’inettitudine e l’imbarazzo di mio padre, il segreto, lo psicologo, il muro di silenzio per quasi due anni. Poi finalmente la luce, il dialogo, la comprensione, l’accoglienza, l’accettazione, la…normalità. Amore, di nuovo.

Infine c’è Simone. Quell’entità che si cela nella mia testa e che ancora mi inonda il cuore. Quella malattia da cui non vuoi guarire. Quella cura che non vuoi somministrarti. L’ho rivisto in sogno, ancora. Non ho rivisto nessun’altro: niente Thomas, Mattia, Raf, Dario, Nicola, Daniel, Drew, o Marc…! Solo Simone. Lui è ancora là e non si vuole muovere. Lui è ancora il carburante delle mie emozioni, quello che mi ha dato fuoco, quello che si è preso cura di me nonostante tutti i maltrattamenti che io gli riservavo. Simone resta ancora lì in sospeso nel mio cuore, nella sua parte riservata che si è meritata negli anni. Lui è l’unico che gli spiriti hanno ritenuto degno di mostrarmi in sogno…alla fine del mio processo di accettazione.

E dico accettazione perché la rivelazione successiva è una di quelle che mi hanno scosso maggiormente. E sorpreso. Da sottoterra, mi sono elevato verso il cielo: ho fratturato il suolo e come un germoglio ho preso vita nel mondo in superficie. Sono rinato. E l’epifania è sopravvenuta: sebbene avessi sempre dato per scontato di essere OK con il mio essere gay, in realtà una parte di me ancora non mi accetta, una parte di me ancora mi rifiuta…come un germe sociale iniettato alla nascita che si ribella contro il mio essere diverso (diverso da chi?). Ed ecco la magia…mi sono voltato sul dorso fissano il cielo intensamente, e ho parlato (per la prima volta) con dio (o l’universo, o l’entità generatrice del tutto, chiamatevela come vi pare). Ho chiesto a dio di dirmi se per lui fosse OK che io fossi gay. Se mi amasse comunque. Se fossi comunque una sua creatura…E dio mi ha risposto che mi ama con tutto se stesso e che mi ha creato e mi ha sempre accettato per quello che sono, che essere gay è normale, ed è frutto della sua volontà. Allora mi sono sciolto in un pianto emozionato…e per la prima volta nella mia vita ho sentito di aver accettato me stesso, di amare me stesso incondizionatamente. IO MI AMO!

Che ore sono? Devo sapere l’ora! – “Marco, davvero devi sapere che ora è? Non c’è orario. C’è solo l’adesso! Vivi e godi il momento presente senza preoccuparti del tempo, del futuro, degli impegni…”

Ho freddo, voglio accendere il riscaldamento! – “Sei sicuro di avere freddo? Ascolta il tuo corpo. Cosa ti dice? Sei sicuro che questo sia il tuo vero bisogno, il bisogno profondo? ”

Il brufolo sulla mia fronte stava lentamente diventando una montagna, lo toccavo mentre cresceva e si faceva duro. Ero disgustato. “Non mi piace! Non mi piaccio!” Il mio viso è diventato d’argilla. Nonostante i tentativi di plasmarlo e modellarlo, è restato imperfetto. Ed è allora che ho iniziato ad irritarmi e ad agitarmi. Non ammetto imperfezioni io! Sistema questo naso, cancella il brufolo, sgonfia i glutei, elimina le maniglie dell’amore, estirpa i peli in eccesso…Ho afferrato una penna ed nervosamente ho cominciato a ridisegnare il mio volto, tracciando linee e marcando punti in cui apportare le modifiche. Poi ho finalmente capito…questa è un’altra cosa che devo lasciare andare, un altro preconcetto di cui mi devo sbarazzare. Non si può essere perfetti. Non sono perfetto e non devo esserlo a tutti i costi. Allora ho chiesto perdono al mio corpo, alla mia anima, e al creatore. Ed ho cominciato ad accarezzare il mio naso (che non mi è sembrato più così incurvato), il  mio petto villoso (che non mi è sembrato più così sgraziato), e i miei glutei (che non mi sono sembrati più così gonfi). E mi sono piaciuto per quello che sono – nell’anima (che non mi è sembrata più così fottutamente complessa). Io mi piaccio. Io mi amo.

Poi la penna si è alzata al cielo, stretta nella mia mano, ed ha cominciato a scrivere storie meravigliose e dipingere paesaggi da favola nell’aria. Un artista? Non lo so. Sicuramente un creativo. Le penna magica mi ha rimproverato per aver trascurato la mia creatività per così a lungo…per non avere più scritto nulla, per non avere più disegnato, per non aver più fantasticato su un foglio di carta. Ultimamente sono tornato a cantare…però c’è molto di più da fare: la penna mi ha portato in un altro viaggio nel passato per mostrarmi tutta la creatività che da bambino sprigionavo. Ho rivisto le scenette che organizzavamo con certi compagni di scuola alle elementari, la mia passione per la recitazione ed il canto, il mio desiderio di diventare un regista, gli spettacoli estivi di Teatro Colombi che organizzavo ogni anno nel garage di casa con l’aiuto del mio fratellino, le cose strabilianti che costruivo con i mattoncini Lego o con gli oggetti che avevo a disposizione (i fortini sotto alla scrivania, la funivia dei peluches, le TV fatte con le confezioni di Tavernello, i lavoretti dell’Albero Azzurro e Art Attack…). Dov’è finito tutto questo? Quando ho soffocato la mia creatività? Perché le ho messo un guinzaglio? Perché non inseguo più gli stessi sogni e le stesse ambizioni? Ho (ri)scoperto di essere un creativo, che la creatività è la mia natura più profonda e che voglio fare di più per darle espressione e portarla a galla.

Mi scappa la pipì, posso andare in bagno? – “Sei sicuro che sia vero? Sicuro che sia un bisogno reale?”

Mi sono alzato a fatica e mi sono ritrovato davanti alla porta chiusa della mia camera. La temperatura era ottimale ed io mi sentivo a mio agio e protetto in quelle quattro mura. Sapevo che al di là della porta mi aspettava un lungo corridoio freddo e buio. Ho esitato per un po’ di fronte a quella porta chiusa: davvero voglio aprire la mia porta all’ignoto? Davvero voglio correre il rischio di raffreddarmi? Perché mai dovrei lasciare un luogo così famigliare – la mia “comfort zone” – per avventurami nel mondo esterno? Non fa forse paura? Ma il mio desiderio di scoprire, mettermi in gioco ed esplorare è di gran lunga maggiore della mia paura dell’ignoto. Allora mi sono fatto coraggio, ho afferrato la maniglia, spalancato la porta ed ho corso per il corridoio fino ad arrivare al bagno. Mi sono sentito così forte ed orgoglioso di me stesso! Aspetta…e poi come tornare al buio? Mi sono affacciato dal bagno sporgendomi verso il corridoio, ed ho visto la lucetta segnaletica che è sempre accesa vicino alla mia camera…Quella lampadina mi ha indicato la strada del ritorno.

Rimettendomi a dormire ho sentito Kristy rientrare dopo la serata passata col suo nuovo ragazzo, e mi sono irrigidito. Un estraneo in casa?! Ma poi ho afferrato il vero significato di quel suono sulle scale e della risatina felice di Kristy. Per quanto la vita comporti perdite e spesso bisogni lasciar andare o veder partire le persone che amiamo…ci sono sempre nuovi arrivi, sempre nuove persone che possiamo accogliere nella nostra casa. Bisogna solo essere aperti a questa grande opportunità. Non era solo Kristy a rientrare in casa…nella mia visione lei era la personificazione dell’amore…l’amore che risale le scale e ritorna nella tua vita quando meno te lo aspetti. E c’è così tanto amore da dare…

-“Noi dobbiamo andare ora! Spogliati!”

-“E perché mai dovrei spogliarmi?”

-“Perché no?”

-“Perché io non dormo nudo, non mi sento a mio agio.”

-“Sono solo i tuoi stupidi preconcetti sociali. Togliti i vestiti.”

-“No! Non mi sono nemmeno fatto la doccia, non voglio entrare nelle lenzuola. Mi sento sporco.”

Non solo mi hanno fatto togliere i vestiti di dosso, ma mi hanno anche lavato. E durante il processo di purificazione mi sono sentito rigenerato. Ho gettato al vento i pantaloni del pigiama, la maglia e i calzini che prima mi si attorcigliavano intorno alle gambe. E mi sono sentito pulito, rigenerato, e…nudo. Privato delle mie paure più profonde e nutrito profondamente nell’anima. A mio agio, in pace con il mondo: un tutt’uno con la terra. E in posizione fetale mi sono riconciliato con me stesso e mi sono addormentato credendo di abbracciare Nasino…ma in realtà…stavo abbracciando me stesso.

E’ bello prendersi cura di se’.

Grazie di cuore.

Marco.


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Una risposta

21 12 2010
Manta

Adesso capisco tutto il racconto…grazie di cuore per oggi, la fortuna di avere persone come te accanto nonostante la distanza ed il tempo che passa è una grande sicurezza! Ti voglio bene marchino!

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