Il ragazzo con la valigia rossa

1 04 2009

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11 euro. Gli parevano un po’ troppi per la stampa e la rilegatura di quei 99 fogli. Forse aveva capito male. Eppure la commessa della CopyFast confermò il prezzo. Dopo aver sboffonchiato il tanto che bastava per manifestare il suo malcontento verso una pessima rilegatura (e non era certo la prima che facevano in quel modo così grossolano), estrasse la sua carta Bancomat e la fece strisciare. I colori sulla copertina erano leggermente alterati rispetto alla versione a schermo che lui stesso aveva disegnato e, forte della sua pignoleria quasi maniacale, se ne lamentò per un attimo, giusto il tempo di uscire dalla copisteria. Poi però sorrise saltando in sella alla sua fedele mountain bike, consapevole di tenere tra le mani qualcosa di estremamente prezioso. Premendo quel tasto “stampa” aveva infatti dato vita ad un’entità fisica che fino ad allora era stata solo eterea ed immateriale, che per lui aveva rappresentato molte cose, innanzitutto la sua finestra sul mondo. Si trattava del suo blog di viaggio, quello scritto nelle ore più assurde del giorno e della notte, quello con il quale si sfogava e si faceva conoscere, quello attraverso cui i suoi amici e i suoi cari gli leggevano l’anima, il suo specchio, il suo conforto, il suo rifugio. Il ragazzo con la valigia rossa stringeva tra le mani un pezzo di sé, il suo primo pseudo-romanzo stampato, una sorta di enciclopedia-dizionario con il quale amava confrontarsi spesso, come se quello che aveva scritto in passato fungesse da metro di paragone e giudizio per la persona che era diventato. La mente non poté che volare laggiù, nell’Altro Mondo, dove per nove mesi aveva studiato presso l’Università di Snowland, vissuto le più grandi avventure della sua vita e conosciuto persone dal grande valore. A Snowland, per la prima volta dopo tanto tempo il ragazzo con la valigia rossa aveva riposto la sua fedele compagna nel grande armadio bianco e sentiva di appartenere ad un luogo, di starci bene, sebbene non lo sentisse propriamente suo. Recuperava la Rossa solo per partire per qualche nuova avventura qua e là in giro per l’Altro Mondo, ma poi tornava. Non si sentiva a casa, ma era felice, e non ricordava quando lo fosse stato così intensamente l’ultima volta. Ora, mentre arrotolava compulsivamente la copertina del blog stampato per cercare di darle una forma gradevole alla vista e per farle valere il prezzo della rilegatura, non era passato nemmeno un anno dal suo ritorno. Inutile dire che più passavano i giorni e più il suo Paese – Omertà – lo feriva e lo disgustava. Ai suoi occhi erano sempre meno le cose di cui andare fieri. Omertà, fiore un tempo raro ed invidiato stava appassendo ad un ritmo tale da rendere possibile la percezione del distaccamento dei suoi petali uno ad uno. Li vedeva crollare impetuosi e marcire lentamente al suolo. Osservava inerme gli attacchi sferrati dalle ormai troppo numerose piante carnivore sguinzagliate contro gli indifesi pistilli. Studiava gli omertiani, e non gli piacevano, non si sentiva parte di loro, non era contento di vivere lì. E voleva solo scappare.

 

Il ragazzo con la valigia rossa era atterrato il 15 maggio 2008, e vedendo dall’alto la Sorgente delle Speranze si era commosso, ma si era emozionato ancor di più nel vedere e nel riabbracciare i suoi cari e i suoi – pochi – Amici. Un po’ di tempo lo aveva trascorso lì, a Culla sull’altra sponda della Sorgente delle Speranze, nella casa paterna dove aveva cercato con tutte le sue forze di riambientarsi alla vita omertiana. Per tre mesi si era barcamenato tra il lavoro e gli esami mancanti, e da subito Omertà gli risultò essere dura ed ostile come una porta sbattuta in faccia. Improvvisamente la sua vita era tornata quella di prima. Noiosa. Si annoiava incredibilmente e non vedeva un futuro ben delineato al di là del proprio naso. Contrariamente nell’Altro Mondo c’era sempre qualcosa di entusiasmante da fare, sempre un sogno da raggiungere. Laggiù aveva imparato che si deve sempre lottare per ottenere ciò che si vuole, e che ci sono sempre persone splendide se bussi alla porta accanto. Nell’Altro Mondo tutto era possibile. Ad Omertà il ragazzo con la valigia rossa non aveva nulla da fare, i sogni gli apparivano essersi offuscati, gli obiettivi parevano irraggiungibili, e soprattutto…nulla di eccitante accedeva. Mai. Improvvisamente gli parve che il mondo gli fosse cascato addosso, tutti i suoi problemi, le sue inettitudini, le sue difficoltà lo avevano aspettato sulla soglia, e lui era tornato ad arrancare. Ad Omertà non era pervaso dallo stesso spirito di ottimismo, dalla stessa energia, dalla stessa voglia di arrivare. Tutto e tutti gli sembravano adagiati. Inesorabilmente. Nessuno intorno a lui si mostrava propositivo, ambizioso, competitivo e pronto a mettersi in gioco, o in discussione. Ognuno tirava avanti il suo aratro, nessuno voleva spiccare il volo. Fu allora che capì che il suo spirito era diverso e che lui aveva bisogno di tutt’altro, ed iniziò ad adoperarsi per provocare il cambiamento.

 

Mentre arrancava pedalando sul cavalcavia della stazione con le dita sul cambio il ragazzo con la valigia rossa pensava a quanto diversa era la vita a Fasso-tuto-mì rispetto ai primi due anni. Ora, all’Università di Fasso-tuto-mì erano rimasti solo lui e Siamese iscritti al corso di laurea magistrale in scienze della mediocrità applicata. Tutti se l’erano svignata in tempo o avevano corretto il tiro, e avevano fatto bene. Altri, incapaci di reggere il ritmo serrato, si erano invece persi per strada. Ad ogni modo, la città non gli piaceva più, anzi ci stava proprio male. Ricordava quando era una matricola e alla domenica non vedeva l’ora di prendere il primo treno utile per Fasso-tuto-mì. Ma ora le cose erano completamente diverse. Staccarsi da Culla era uno strazio e la permanenza in città era piuttosto spiacevole, o più che altro, vuota, insulsa.

 

Erano le persone ad arrecargli maggior fastidio, delusione profonda in certi casi. Appena tornato dall’Altro Mondo il suo stesso animo per autodifendersi aveva posto all’ingresso un buttafuori. Alle persone che sentiva lo circondassero con sincerità e dalle quali si sentiva amato o per lo meno apprezzato furono date le stesse identiche possibilità. Ma i criteri di selezione del ragazzo con la valigia rossa, dopo un’esperienza di vita all’estero che gli aveva rivoluzionato l’esistenza, erano diversi, gli standard immensamente più elevati, le esigenze maggiori. In tanti non passarono il test quell’estate, e furono allontanti o si auto-eliminarono. Detta così può apparire come un procedimento meccanico e spietato, in realtà quello fu un processo assolutamente naturale che si attuò con totale spontaneità, sia da parte sua che da parte degli altri. Persone che lo avevano bombardato durante quei mesi a Snowland, che leggevano ogni suo intervento sul blog, che intervenivano con commenti rincuoranti, commuoventi e a tratti anche costruttivamente critici, insomma persone che aveva conosciuto approfonditamente durante quei mesi di lontananza e che forse involontariamente lo avevano illuso di essere suoi amici, in realtà rivelarono la loro vera natura: altro non erano che polpastrelli su tastiere oltreoceano. Nulla di più. Si dimostrarono totalmente incapaci di uscire da un universo virtuale per abbracciare la vita vera e approfondire un rapporto reale, fisico. Anche il ragazzo con la valigia rossa si era legato affettivamente a quel mondo parallelo nel quale si rifugiava spesso (ma non certo per evadere o per negarsi alla realtà, quanto per condividere con gli altri e sentirsi più vicini a loro) e durante l’estate del ritorno può essere imputato colpevole di non aver fatto i dovuti primi passi, ma forse – se è una giustificazione sufficiente – era troppo impegnato a sopravvivere e a non sprofondare nello sconforto. Ad oggi questa lotta ancora non l’ha vinta.

 

Il ragazzo con la valigia rossa era insofferente, ipersensibile, suscettibile. Tutto quello che prima di partire lo urtava ora non poteva più sopportarlo. Allora esplodeva, vomitando tutto quello che pensava con cinico realismo oppure – a seconda dei casi – taceva, ingoiava il boccone amaro però prendeva debite distanze. Tutto ciò gli era capitato ad esempio nella nuova casa – il regno della pacchia – dove si sentiva assolutamente fuori luogo e poco rispettato, o in università, dove gli sembrava di non imparare nulla in quell’universo di dottori in mediocrità e provincialismo. Era assolutamente schifato dalla pochezza di certi compagni di corso (quelli che di vista lo conoscevano da una vita e che nonostante questo si sarebbero gettati in un tombino aperto piuttosto che salutarlo), individui senza stimoli, senza domande, succubi di un sistema che li vuole sterili e docili, apatici e inamovibili. Dov’erano finiti gli studenti-guerrieri dell’Altro Mondo? Quelli che si spaccavano la schiena sui libri, che erano altamente motivati, competitivi, curiosi, decisi, desiderosi di crescere umanamente e culturalmente, quelli che puntavano dritti alla meta ed avevano ben chiari gli obiettivi professionali da raggiungere? Quelli che non avevano paura di attraversare il continente, di inserirsi in nuove realtà, di non smettere di essere ambiziosi e sognatori? A Fasso-tuto-mì il ragazzo con la valigia rossa si sentiva schiacciato da questi emblematici zombie del sapere e non poteva fare a meno di pensare che un giorno quelle persone senza stimoli né ideali avrebbero rappresentato questo Paese nella sua scalata verso…il declino. Le parole del suo cinico professore di inglese tuonavano costantemente nella sua testa: “Non siamo noi docenti ad essere troppo pochi, siete voi studenti ad essere troppi. Almeno la metà di voi potrebbe abbandonare questo corso seduta stante”.

 

In questo generale clima di astio e commiserazione nei confronti di quei “tosatti” (dei quali ormai non sopportava nemmeno più la cadenza dialettale e la cantilena da gatti morti), nemmeno sui suoi due moschettieri – ahimè – poteva più contare. Quelli sì erano stati la sua più grande delusione, quelli che lo avevano profondamente ferito, volenti o nolenti. E pensare che invece, in altri tempi, avevano rappresentato così tanto per il ragazzo con la valigia rossaAllegra giocava spesso a nascondino, ogni tanto però ricompariva, e quando lo faceva sapeva farsi strada nel cuore dell’amico, cancellando in un istante i lunghi momenti di ingiustificato silenzio. Ed era proprio per questo che il ragazzo con la valigia rossa continuava a volerle bene e a nutrire per lei un affetto e una stima profondi (in fondo conosceva i veri motivi di quell’allontanamento, e li rispettava profondamente). Siamese invece non si era per niente fatto da parte, anzi continuava a rappresentare una presenza incombente, con i suoi pregi ma soprattutto con i suoi difetti. Il suo rapporto con il ragazzo con la valigia rossa (che ormai aveva cessato di consideralo un Amico già da tempo) si fondava su regole non dette ma ben definite, regole malate di una relazione a tratti morbosa. Siamese aveva una cattiva influenza su di lui – ormai ne era decisamente convinto. Con il suo pessimismo, il suo essere sadico, il suo giudicare tutto e tutti, il suo continuo discreditare le persone che il ragazzo con la valigia rossa amava, con il suo occhio sempre storto, il suo catastrofismo, e con la sua inettitudine sentimentale, Siamese contribuiva ad aumentare il tormento interiore del malcapitato, che in sua difesa prendeva le distanze ogni giorno di più. Persino i suoi ragionamenti intricati ed illogici e – diciamolo – spesso assolutamente provinciali, lo irritavano fino al midollo. Eppure il ragazzo con la valigia rossa taceva, e mandava giù. Quello passava il convento. C’era una sorta di interdipendenza voluta dalla necessità di non rimanere da soli che probabilmente li teneva uniti. Ma il ragazzo con la valigia rossa sapeva che una volta finita l’università Siamese sarebbe finito con essa. Siamese era totalmente impenetrabile, un forziere di ghisa attraverso il quale di rado si vedeva trasparire un’emozione umana che non fosse ansia, stress, o preoccupazione. E’ vero: c’era anche il disprezzo. Quello lo aveva da vendere. Sempre pronto a criticare tutto e tutti e mai nella condizione di porsi di fronte ad uno specchio per guardarsi un po’ dentro. Eppure, nonostante tutto ciò, nonostante anche alla pessima impressione che Siamese faceva alla maggior parte delle persone che lo conoscevano per la prima volta, il ragazzo con la valigia rossa aveva saputo trovarci anche del buono. E di buono ce n’era tanto, sebbene fosse seppellito da montagne di macerie. Non sarebbero mai potuti diventare amici se del buono in lui non ci fosse stato. Eppure ora quel buono non era più così evidente. La sua valigia rossa non era abbastanza grande da trasportare anche le negatività che Siamese gli infondeva quotidianamente. Allora il ragazzo con la valigia rossa aveva recintato quella persona dentro ad un ambito molto ristretto. Non era più l’Amico. Non era più nemmeno l’amico. Era semplicemente un compagno. Un conoscente. E lo era diventato nel momento in cui, durante un attimo di profondo sconforto e tristezza, al ragazzo con la valigia rossa sarebbe bastata una parola buona, un gesto affettuoso, un consiglio amichevole, una pacca sulla spalla, invece quello che era uscito dalla bocca di Siamese era stata sempre e solo la stessa cosa: merda. Il suo unico gesto: spallucce. La sua unica espressione: inadeguatezza ed imbarazzo. Allora il ragazzo con la valigia rossa aveva premuto nuovamente, a malincuore, il tasto “erase” ed aveva sbattuto e sprangato definitivamente quella porta che fino ad allora era rimasta comunque socchiusa, accostata nonostante tutto. E sapeva che lo avrebbe presto eliminato dalla sua vita. Perché non meritava nient’altro da lui. Forse in un modo tutto loro continuavano a volersi del bene, ma il ragazzo con la valigia rossa era stanco, esausto, di doversi sempre controllare, di doversi limitare, di non poter essere pienamente sé stesso per paura di essere affettato da un giudizio di Siamese. E nei cambiamenti non ci credeva più, e non aveva energie da impiegare in quella crociata. Semplicemente riteneva che fosse una battaglia persa in partenza, e il tempo giocava a suo sfavore.

 

Il ragazzo con la valigia rossa, cercava di evitare i ciottoli sollevandosi dalla sella e sterzando continuamente le ruote insaziabili di terreno e pensava…Pensava alle sue epurazioni, ai suoi alleggerimenti, alla terra bruciata che inevitabilmente stava creando intorno a sé. E si rendeva conto di quanto in pochi stavano rimanendo. Ma non si sentiva affatto solo perché aveva finalmente capito che la quantità non è nulla in confronto alla qualità La sua mente volava alle Principesse del Nulla, ai Piccoli Principi, alle Apette e alle Farfalline, ai Ken della Barbie, al Prince Charming sul cavallo bianco e a tutti gli altri falsi eroi delle sue fiabe…personaggi che avevano millantato grandi doti di recitazione ma che poi erano stati presto eliminati dal copione senza lasciare grandi segni o grandi modifiche. Si erano solo guadagnati un esasperato resoconto sulle pagine di un blog di un ragazzino che doveva ancora crescere emotivamente e che vedeva il mondo da un paio di occhialetti rosa. Ora il ragazzo con la valigia rossa non si era troppo indurito, però aveva acquisito quella dose necessaria di cinismo per sopravvivere, per dare il giusto peso alle cose e soprattutto alle persone, per non prendere lucciole per lanterne, e per non soccombere. Ora si sentiva più adulto, sapeva distinguere le favole dalla realtà e non aveva più alcuna intenzione di mischiarle architettando un edulcorato mondo artificiale all’interno del quale ogni volta restava inevitabilmente intrappolato. Ora la sua favola se la viveva giorno per giorno, senza troppa calca di volerla descrivere, ma con la volontà – al contrario – di volerla prima comprendere a fondo, vivendola, sbattendoci la faccia contro, gioendo, piangendo, vivendo la vita come una vita, non come una puntata di una qualche soap opera della quale tanto non sarebbe mai stato protagonista. Il ragazzo con la valigia rossa cercava di vivere l’Amore non con rassegnazione o con disillusione, ma con la concretezza di un sentimento reale e tangibile che lo faceva stare bene ma anche male, che lo valorizzava e gli richiedeva grandi investimenti di energie, ma dal quale sapeva di poter raccogliere succosi frutti. Non era cambiato il suo contenuto d’Amore, ma solo la forma con la quale esso si manifestava.

 

il-ragazzo-dal-cuore-grandeProprio mentre pensava a tutte queste cose un sorriso si illuminò spontaneo sul suo volto. Il ragazzo con la valigia rossa in sella alla sua bicicletta e con nove mesi di vita nella tracolla era fermo al semaforo e non poteva smettere di sorridere come un ebete. Gli capitava ogni qualvolta rivolgeva un pensiero affettuoso e carico d’amore a lui, quello che era entrato così inaspettatamente nella sua vita il 10 di luglio, non dalla porta principale, ma da quella di servizio. Lui che seminando con pazienza aveva saputo raccogliere un sentimento vero. Lui che aveva fatto la differenza aprendo un varco di luce in quell’estate buia. Lui che amava, in un modo così diverso, così unico, così pazzo. Lui: il ragazzo dal cuore grande, che da uno come tanti era divenuto l’uno che conta e lo aveva fatto semplicemente mostrandosi per quello che era. Il ragazzo con la valigia rossa all’inizio non lo aveva preso poi così sul serio, o piuttosto, lo aveva tenuto a debita distanza per proteggersi dall’ennesima probabile delusione. Ma poi le sue difese a poco a poco erano crollate perché il ragazzo dal cuore grande era stato in grado di ottenere prima il suo rispetto, poi la sua fiducia, ed infine il suo cuore (che non era affatto avvezzo a questa procedura). Innamorarsi a tappe, costruire un rapporto mattone su mattone, senza abbattersi quando bisogna rinforzare la parete o ricostruirne una parte, basare tutto sul dialogo e sulla comunicazione, fidarsi ciecamente l’uno dell’altro, sorreggersi a vicenda, compiere grandi gesti con piccole mosse…questo era stato il loro percorso d’amore, del tutto nuovo per il ragazzo con la valigia rossa, il quale, tuttora, non sapeva ben descrivere quella relazione così fitta e così dolcemente complicata. Preferiva viversela a fondo, nutrito dalla consapevolezza che un altro così non lo avrebbe trovato, perché il ragazzo dal cuore grande era semplicemente meraviglioso. Fortunatamente non era tutto rose e fiori, come ogni storia che si rispetti c’erano tanti alti e tanti bassi, tante difficoltà da affrontare insieme, alcune crisi…i classici ostacoli che si interpongono tra i membri di qualsiasi coppia. Il ragazzo con la valigia rossa sapeva però che la loro relazione non era esattamente bilanciata, che per buona parte pendeva dalla sua, che era lui la fonte principale dei problemi. Il ragazzo con la valigia rossa era infatti un animale piuttosto selvaggio, decisamente instabile, irrequieto. Inoltre era costretto a dividere il corpo con un’altra entità nascosta che spesso emergeva incontrollatamente, una sorta di alter-ego che lui chiamava il ragazzo dal pugnale affilato. Era il suo lato oscuro. Quello che lo costringeva a fare marcia indietro sulle cose dette, a rinunciare alle serate, a chiudersi in un guscio impenetrabile, a vivere accidiosamente ed apaticamente alcuni momenti della sua vita, e ad allontanarsi – suo malincuore – dall’amato ragazzo dal cuore grande. Fondamentalmente il ragazzo con la valigia rossa era infelice in quel momento particolare della sua vita, non riusciva a trovare il suo posto nel mondo, non si sentiva parte di nulla, non si sentiva valorizzato né tantomeno stimolato, e di conseguenza si adagiava agli standard mediocri di quelli che lo circondavano. L’unico che apriva uno spiraglio di speranza nei suoi occhi era il ragazzo dal cuore grande, che il cuore grande ce l’aveva davvero (ancora non ne era risuscito a toccare il fondo, pareva un pozzo). Lui era l’unico che lo capiva e gli dava conforto. L’unico con il quale poteva confrontarsi. L’unico che fosse all’altezza della sua sensibilità e della sua emotività. L’unico che sapeva ricaricare la sua batteria che troppo spesso andava in riserva energetica. Eppure talvolta scattava nel ragazzo con la valigia rossa un meccanismo perverso che lo portava a negarsi. La Rossa aveva la meglio e azionando le ruote in retromarcia lo trasportava temporaneamente lontano mentre il ragazzo dal pugnale affilato ergeva le difese e drizzava gli aculei impenetrabili. Non aveva ancora capito se questo sistema di protezione si azionasse in difesa di se stesso o del suo amato. Ciò che conta è che non poteva controllarlo, solo placarlo successivamente. Il ragazzo con la valigia rossa aveva paura di legarsi. Aveva paura di piantare quelle ruote maledette. Il solo viaggio CullaFasso-tuto-mì ormai lo sfasava completamente e gli faceva un po’ perdere il senso dell’orientamento costringendolo ad un breve periodo refrattario ogni volta che si muoveva nell’una e nell’altra direzione. Alla fine di due lunghe ed insulse settimane universitarie non vedeva l’ora di tornare alla Sorgente della Speranza dal suo amato, ma poi, non appena iniziava ad avvertire quel lieve tepore generato della stabilità (che a lui probabilmente non era stata concessa per volere divino) già era ora di partire, e riempire la Rossa ormai diventava sempre più un incessante dovere piuttosto che uno spensierato piacere. Il ragazzo con la valigia rossa era poi sempre in lotta tra due mondi, sempre teso al cambiamento e alla dinamicità, eppur al tempo stesso così desideroso di potersi fermare e designare un luogo come “casa propria”. Avrebbe tanto voluto sentirsi parte di qualcosa e non riuscendoci, tentava di far parte del tutto. Un’altra cosa che lo terrorizzava era il vuoto. Pareva che il ragazzo col pugnale affilato si divertisse ad incidergli l’anima fino a provocare l’apertura di una voragine dentro la quale venivano risucchiate tutte le sue emozioni. Quindi talvolta il ragazzo con la valigia rossa semplicemente non ne provava. Sentiva il vuoto dentro di sé che lo divorava. Una frattura interna dove tutta la sua linfa vitale defluiva scorrendo rapidamente. Non aveva assolutamente idea del perché tutto ciò succedesse, però dovette imparare a conviverci e a remare contro per evitare al suo alter-ego di rovinargli la vita.

 

Il ragazzo con la valigia rossa sarebbe presto ripartito. Era inevitabile. Sarebbe stato via altri nove mesi. Lontano da tutto. Lontano da lui. Sapeva che non sarebbe stato l’ultimo viaggio, ne era certo. Sapeva che la Rossa lo avrebbe di nuovo seguito in capo al mondo, nell’Altro Mondo. Quello che non poteva sapere era se il suo amato ragazzo dal cuore grande avrebbe avuto il cuore talmente grande da attendere il suo ritorno, e se la sua valigia rossa sarebbe stata abbastanza obbediente da riportarlo indietro da lui. Questa volta il ragazzo con la valigia rossa non pretendeva di sapere nulla. Solo poteva sperare. Sperare che al suo ritorno il suo amore per il ragazzo dal cuore grande lo portasse a staccarsi da quella valigia irrequieta, ad abbandonarla. Sperava che con lui, in un futuro prossimo, sarebbe diventato l’ uomo dentro la casa rossa.

 

E sull’onda di queste immagini rincuoranti il ragazzo con la valigia rossa era giunto alla meta, aveva sfilato il mazzo di chiavi dalla tracolla e si accingeva ad aprire il portoncino. Invece, lì di fronte e con la chiave viola sospesa tra le dita infreddolite, prese un ampio respiro e poi sospirò. Sentì la speranza riempirgli gli alveoli, inondargli le vene e penetrargli l’anima: sapeva che non avrebbe avuto nulla da temere. Infilò la chiave nella serratura – sentì pace nel suo cuore tormentato – sapendo che la sua vita non era lì, che era solo un ospite di passaggio e che un giorno non troppo lontano avrebbe rifatto la valigia per l’ultima volta e, ancora, sarebbe partito. Partito per tornare da lui. E starci.

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Una risposta

4 12 2011
(Nuova) vita irlandese « ..::ma®kolino::..

[...] ho decisamente perso la connessione con la mia ritrovata spiritualità, che sta ritornando a fondo. Il ragazzo con il pugnale affilato ogni tanto si ripresenta a rovinarmi la festa e torna a prendere il sopravvento complicandomi la [...]

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