La differenza tra te e me

24 01 2012

Non lo posso negare. Nella mia lista di ex ce n’è sicuramente uno che spicca per senso artistico ed originalità: l’autore di questa bella immagine da grafico pubblicitario. Mi risparmio di citare link, fare nomi o anche riportare la didascalia di pessimo gusto (che ha a che fare con “buchi affettivi” e “gelati”) allegata a questa creazione…che devo dire la verità…un po’ mi fa sorridere, un po’ mi fa intristire.

Le guerre a scontri di post li lascio al mio passato e ai teenager di oggi. Però visto che – sebbene in maniera indiretta – sono stato colpito, con molta tranquillità mi piacerebbe spendere due parole in mia difesa (non che mi senta in alcun modo minacciato da te).

La differenza tra te e me è che io accedo al tuo blog una volta ogni sei mesi per sapere come stai, se ti sei ripreso, se sei cambiato, se hai voltato finalmente pagina, se sei cresciuto. Perché di te penso ancora solo cose buone. Tu invece il mio lo hai vivisezionato per farci l’inventario di chissà chi. Delle persone che ho frequentato in 9 anni? Come se tutti fossero stati grandi amori (ma tu sai di stare sul podio in fondo). Come se fosse una colpa, una vergogna, una calunnia. Come se fosse una collezione. Strano che una “lista” venga proprio da te che li mettevi in fila.

La differenza tra te e me è che io non ho paura di espormi, di rimettermi in gioco, di riaprirmi alla vita e alle nuove opportunità.  E’ che io ho voltato pagina ed ho il coraggio di aprire la porta a nuove persone, senza dovermi nascondere dietro ad una maschera. Senza dover dare la colpa a qualcun’altro. Innamorarsi? Bho! Ma almeno io non ho paura di provarci e riprovarci e riprovarci…continuando a sbatterci la testa all’infinito. Io mi alzo. Tu? Tu sei ancora a giocare con Photoshop a quanto pare. Alzati da lì e riversa quell’energia che a quanto pare ancora dedichi al mio ricordo, a disprezzarmi, a schernirmi…usa quell’energia, quell’impeto, e trasformala in qualcosa di bello da regalare ad una persona meritevole del tuo amore. Smettila di perdere tempo con me. Io sono il passato. Passa anche tu.

La differenza tra te e me è che tu mandi frecciate credendo di colpirmi, ma in realtà sei tu quello che ci sta male. Tu cancelli i post, io non mi censuro e non mi censurerò nemmeno sapendo che tu mi leggi con così tanta cura. Io non smetterò di provarci ad amare. Tu hai già smesso da un pezzo. Io continuerò ad ammettere le mie mancanze, le mie insoddisfazioni, le mie sofferenze, i miei sbagli..ed imparerò a migliorare. Tu invece ci sei intrappolato dentro e non riesci ad uscirne.

La differenza tra te e me è che io son cresciuto. Tu ancora fai disegni infantili carichi di rammarico.

2 anni e mezzo sono passati…fattene una ragione. Oppure continua a gettarmi disprezzo addosso…proprio tu che mi hai difeso dall’odio e dall’ignoranza di certe persone. Ma sappi che mi scivolerà di dosso e proverò solo compassione nei tuoi confronti…e non è così che vorrei ricordarti, non per questi gesti immaturi e vuoti di ogni significato.

Non mi hai ferito, mi hai profondamente dispiaciuto. Dispiaciuto perché credevo che stessi finalmente meglio, che l’avessi superata, che avessi ripreso il controllo della tua vita, che non fossi completamente e inesorabilmente pazzo. Invece il tuo gesto non è altro che un grido di dolore, rammarico, risentimento. E mi dispiace tanto per te!

Smettila di fare la vittima. GET YOUR SHIT TOGETHER AND GET OVER IT!

Ti auguro di rinsavire, e di stare meglio. Non sei più quello che conoscevo, ma puoi essere ancora quella persona. Non dipende affatto da me, dipende solo da te…il cambiamento è in te. Spero solo non te ne accorgerai troppo tardi.

Buona fortuna (e lo dico seriamente) e per favore, lasciami in pace.





(Nuova) vita irlandese

4 12 2011

Dublino

Finalmente. Dopo quasi cinque mesi torno a scrivere. In questo tempo (che mi è sembrato davvero lunghissimo) tante cose sono successe, tante sono cambiate, tante sono sempre ed inesorabilmente le stesse. Quello che è certo è che in questi mesi la mia testa ha centrifugato tante emozioni che troppo spesso sono rimaste inespresse, vuoi un po’ per la pigrizia, vuoi un po’ per gli impegni di una vita frenetica. Questo post (che probabilmente sarà chilometrico) mi ronza in testa da tanto tempo ed è giunta ora di riversare i miei tanti pensieri nero su bianco. In una parola: ho bisogno di esplodere (un po’ come quando trattieni della creatività dentro di te a lungo e poi, non appena ti ritrovi difronte ad una tela bianca, non hai bene chiara l’idea di cosa vorrai dipingere, e allora ti limiti a scaraventare colori in maniera sconnessa).

Qualcuno, anonimamente, ha commentato il mio ultimo post (quello scritto prima della partenza per Dublino) chiedendo “e l’Irlanda?”. Bella domanda: per mesi mi sono domandato che cosa avrei scritto di questi luoghi e di questa mia nuova vita ed ora – finalmente – mi accingo a farlo…nella mia solita maniera un po’ turbolenta e un po’ irrazionale, seguendo il flusso di coscienza che in genere mi porta a gettare pensieri sconnessi sul monitor del mio computer. Cercherò di procedere con ordine, anche se non è affatto facile riassumere in poco tempo momenti intensi ed emozioni complesse vissute in un periodo di tempo relativamente così lungo.

A fine luglio ho lasciato la mia casetta sul lago carico di tanto entusiasmo e – stranamente – impreparato per una nuova avventura. Mi sono ritrovato a Dublino con una strana serenità che in genere non mi appartiene: senza aver cercato una casa prima di partire, senza ansia, senza troppe aspettative…e per qualche mese mi sono lasciato trascinare dagli eventi elettrizzanti che in genere le grandi novità comportano. E’ strano da descrivere: in genere ho bisogno di pianificare ogni singolo dettaglio, sapere dove vivrò, consultare mappe e cartine, scoprire tutto della città e dei suoi angoli nascosti…questa volta è stato diverso. Credo sia stato merito dei quattro mesi trascorsi a casa dopo essere rientrato da San Francisco, mesi in cui ho ritrovato una pace e un equilibrio che di solito non mi appartengono. Continuo a pensare a quei mesi e a come non avessi alcun progetto per il futuro, alle ore trascorse scrivendo la tesi, alla ritrovata intimità famigliare, alla guarigione dal trauma del rigetto americano, alle ritrovate amicizie. Sono stato bene. Non posso negarlo: pur non avendo un piano, sono stato bene ed ero pieno di speranza e di fiducia. Poi l’email di Google a fine aprile, i colloqui telefonici, il colloquio a Dublino, e poi l’attesa…! E’ stato un po’ snervante, lo devo ammettere, ma allo stesso tempo quella fiducia che ha caratterizzato i miei mesi italiani non mi ha mai abbandonato, e ho creduto fortemente che alla fine avrei ottenuto il posto. E così è stato. Il piano del destino si è svolto in maniera così fluida che gli avvenimenti di quei mesi, quando guardo indietro, mi paiono davvero surreali. Ma è così che doveva andare e così è stato.

Noogler graduation

Appena arrivato a Dublino devo ammettere di essermi sentito un po’ tramortito dagli eventi, come se tutto fosse accaduto troppo velocemente, come se tutto fosse stranamente andato alla perfezione, come se fosse tutto troppo bello per essere vero. L’impatto con Google è stato assolutamente da togliere il fiato: le attività di orientamento, la socializzazione con gli altri Noogler, le serate, gli eventi, i training, conoscere il mio team, l’ambiente, i servizi, le opportunità. La sensazione che ho provato è come se io – pesce – mi fossi ritrovato nuovamente a nuotare tra le mie acque, dopo un lungo periodo di siccità. Ciò che a mio parere rende davvero grande quest’azienda sono le persone: improvvisamente sono stato circondato da migliaia di talenti internazionali, provenienti da tutte le nazioni europee, con curriculum strabilianti, storie di vita emozionanti, ambizione da vendere, interessi inesauribili. Un incredibile melting pot, una serie di ingranaggi ben oliati che all’unisono fanno funzionare una grande macchina. Sono entusiasta della gente che lavora a Google: perché ognuno di loro è una grande fonte d’ispirazione, un’espressione di dinamismo che mi induce a migliorare costantemente. I primi mesi non sono stati facilissimi: guidato dalla mia classica tendenza a sottovalutarmi, mi sono spesso chiesto “perché io, sarò davvero all’altezza?”. Mi sono sentito diverso e inappropriato rispetto ai miei colleghi super tecnici, super nerd e con lauree in business administration. Ma poi ho capito che il valore inestimabile di un luogo di lavoro come questo è la diversità: diverse culture, diversi background, diversi talenti, diverse skills. Ciò che ci accomuna è la stessa passione e la stessa determinatezza. Quando ho smesso di paragonarmi agli altri mi sono guardato dentro e ho capito che cosa avevano visto in me e che anche la mia diversità era parte di quel grande ingranaggio che ci fa funzionare così bene insieme. Ed è da quel momento di realizzazione che anche le mie skills stanno venendo allo scoperto: ad esempio la scrittura, la creatività, la creazione di contenuti multimediali, la passione per i social media. Ed è su queste cose che lavorerò per specializzarmi ulteriormente. Ma non si limita tutto a ciò: lavorare a Google è un po’ come tornare al college, non si smette mai di imparare. Ogni giorno è una nuova sfida: non vieni assunto solo per ciò che sei oggi, vieni assunto per quello che potrai essere domani. Nel mio lavoro precedente le mie competenze sono state messe all’opera ma non sono state ampliate. Qui le mie competenze sono solo la punta dell’iceberg: c’è così tanto da imparare, da scoprire, da mettere in pratica, e quello che è fenomenale è che questa è un’azienda che vuole vederti crescere e per farlo ti fornisce una serie infinita di risorse di apprendimento e sviluppo personale. Mi sento incredibilmente stimolato e allo stesso tempo coccolato da questa filosofia aziendale basata sulla fiducia, la trasparenza, la crescita, lo sviluppo, e ogni giorno mi sento estremamente onorato ed orgoglioso di farne parte.

Googlers

Sempre relativamente alle persone, ciò che mi ha strabiliato di Google è che qui non ho trovato soltanto dei colleghi stimolanti: ho trovato anche degli amici. Un contesto così internazionale (che davvero mi ricorda tanto un campus universitario dato che siamo tutti stranieri “trapiantati” qui da qualsiasi parte del mondo) è davvero un ottimo incubatore di amicizie e l’ambiente di Google facilita i rapporti interpersonali che vanno al di là del lavoro stesso. L’orientamento, le feste, le conferenze, gli eventi, le caccie al tesoro, sono grandi occasioni per conoscere nuova gente e stringere nuove amicizie. E’ bello arrivare in ufficio ogni mattina alle 8.30 e sapere che al tavolo della colazione la tua crew di gente ti sta aspettando (Claudia, Hector, Angeline, Berta, Celine, per nominarne alcuni), è bello sapere che non pranzerai mai da solo perché c’è sempre qualcuno che organizzerà un pranzo con te, ed è altrettanto bello sapere che spesso qualcuno ti invita a cena a casa sua, organizza una serata al pub oppure una festa.

Io e Rhys (Blues Brothers) sul palco della Google Sales Conference

Insomma, la cosa che davvero non mi aspettavo da questa esperienza irlandese è che non mi sento mai solo e che sono sempre circondato da gente. Anche le serate organizzate col mio team al completo (incluso il nostro manager) mi rendono pieno di gioia, perché condividere la tua vita coi tuoi colleghi è molto di più che semplicemente condividere una scrivania, e il mio team è davvero stupendo e non potrei chiedere nulla di meglio! Tutto ciò è completamente diverso dagli Stati Uniti e da qualsiasi altro luogo di lavoro probabilmente. A San Francisco, una volta usciti dall’ufficio “chi si è visto, s’è visto!”. Qui invece il rapporto che si crea coi colleghi va davvero al di là! In particolare, ringrazio ogni giorno di aver conosciuto Claudia che è veramente la mia benedizione irlandese e il mio punto di rifermento principale. Con lei ho condiviso la stanza d’albergo la prima settimana, l’appartamento per le due settimane successive, le colazioni, tanti pranzi e tante cene, pomeriggi in centro, feste e tante belle serate. Grazie Claudia!

(Un piccolo lavoro di cui vado molto fiero):

Dico “appartamento” perché per la prima volta nella mia vita ho un appartamento tutto mio. Mi sembra ancora incredibile ma anche questo sogno si è realizzato. All’inizio la scelta è stata davvero difficile per uno abituato ad aver sempre condiviso appartamenti universitari con altre persone, ma si è rivelata essere la scelta più azzeccata! Essendo sempre circondato da persone tutto il giorno e non sentendomi mai solo, è bello qualche sera potersi ritirare privatamente nella propria accogliente casina a guardare un film sul divano. E’ bello potersi vivere ogni spazio della casa senza dover scendere a compromessi con altri inquilini. E’ bello poter fare la lavatrice quando mi pare, decidere se lavare o meno i piatti, quando pulire e come pulire. E’ bello poter ospitare amici e parenti e farli sentire a loro completo agio. Ed è soprattutto bello sentirsi completamente indipendenti senza dover rendere conto ad altre persone di come trascorri il weekend, di che umore sei, di cosa vuoi o non vuoi fare, di come fai la raccolta differenziata o di cosa mangi. Adoro la mia casetta: è davvero graziosa e spaziosa, con un bell’arredamento e delle luci molto calde. E adoro godermela, soprattutto la sera e nei weekend quando posso. Per la prima volta, dopo 6 anni di condivisione, mi sento pienamente a casa mia, nel mio nido. Posso finalmente arredarmela come voglio, personalizzarla a pieno, comprare una nuova TV se mi pare, e via dicendo. Però penso spesso alle mie coinquiline di San Francisco – Jada e Kristy – e mi mancano molto. Mi manca la loro presenza e tutto quello che hanno rappresentato per me. Mi manca come quella casa mi nutriva e proteggeva, anche se devo ammettere che qui mi sento molto più libero e a mio agio. Confermo la teoria che ho sempre avuto: sono un gatto selvatico! Adoro essere coccolato e ricevere attenzioni, e mi piace stare in compagnia, ma allo stesso tempo ci sono momenti in cui ho bisogno di stare da solo, di affermare la mia indipendenza, di pensare indisturbatamente. Ed è allora che questa casa diventa un vero tesoro…anche se a volte magari, vivendo da solo mi impigrisco o mi intrappolo nel mio labirinto di pensieri. Sì, perché come al solito penso troppo ed è la mia rovina.

Laurea

In questi cinque mesi tante cose sono successe al di fuori di Google: il 20 settembre mi sono finalmente laureato ponendo fine al mio ciclo universitario specialistico dopo una tormentatissima tesi rimasta in cantiere per più di un anno e mezzo (mentre ero in California). La convinzione sempre più crescente è che se fossi rimasto a San Francisco non mi sarei mai laureato. Quei quattro mesi a casa, in Italia, sono stati una manna dal cielo, perché mi hanno finalmente permesso di concentrarmi sulla tesi, di godermi la mia famiglia e di gettare le basi per un radioso futuro. Quattro mesi “passerella” a cui devo davvero moltissimo. La cerimonia di laurea è stata bellissima. Completamente diversa da quella triennale, ad espressione di quanto io sia cambiato in questi ultimi tre anni, di quanto il mio modo di vivere le cose sia completamente diverso. Pochi intimi davvero importanti, toni pacati, nessuna goliardia: una fantastica mezza giornata che non dimenticherò facilmente. La naturalezza e la sicurezza con cui ho discusso la mia tesi, il 110 e lode che chiude per sempre (e alla grande) un percorso universitario vissuto come una pesante ancóra che mi tratteneva tra due mondi, le persone, e la magnifica giornata di sole radioso che Padova mi ha regalato (e cazzo se me la doveva una giornata così!) sono momenti che resteranno indelebili. Ho perfino rivisto Marco – compagno di avventure californiane – dopo mesi e Giusy – mia cugina che non vedevo da cinque anni. Chi doveva esserci, c’era! Una fantastica giornata importante, vissuta come un giorno qualsiasi: questo è il nuovo Marco.

Mamma e papà a Dublino

Nei mesi successivi Roby e Ricky sono venuti a trovarmi a Dublino, seguiti da Marco – compagno di avventure michigandiane – e dai miei genitori. Tre settimane intense che mi hanno aiutato ad apprezzare l’Irlanda un po’ di più. Con Marco abbiamo fatto un bellissimo road trip (nel nostro stile) sulla costa atlantica dell’Irlanda: davvero da mozzare il fiato, mentre con i miei genitori siamo stati intorno a Dublino, baciati da tre magnifici giorni di cielo limpido e sereno, sole raggiante, e temperature miti: mai successo nella storia di quest’isola. Avere qua mamma e papà è stato davvero importante: vedere l’entusiasmo, la soddisfazione e l’orgoglio nei loro occhi e nei loro sorrisi è stato magico. Non vedevo l’ora di condividere con loro quello che per tanti anni mi hanno aiutato a costruire. Sono davvero fortunato!

Per concludere questo quadretto delizioso (e sdolcinato) fatto di lavoro dei sogni, colleghi strabilianti, nuovi amici, una casetta tutta mia, il peso della laurea finalmente sollevato, e visite di persone importanti, va fatta menzione ad Alan, il ragazzo irlandese che sto frequentando da un po’ più di due mesi. No, non sentirete storie strappalacrime ricche di emozioni altalenanti e amori confettati…anzi in realtà per ora non ne sentirete parlare molto. Volevo solo ricordare a me stesso che in questo periodo della mia vita una nuova persona è entrata in punta di piedi e mi fa stare bene. Così diverso da tutto quello di cui ho esperienza: una nuova sfida che mi fa nuovamente mettere in discussione evidenziando tutti i miei punti deboli. Quando sei abituato a vivere le relazioni in maniera estrema, la normalità fa davvero paura…ma in fondo è ciò di cui più ho bisogno. Normalità ed equilibrio. Vedremo come andrà avanti: ho davvero un ottimo feeling!

E qui arrivo al punto fondamentale dell’intero post. Nonostante io sia estremamente consapevole e grato di quanto sia fortunato e privilegiato (ringrazio l’universo ogni giorno per tutto quello che ho e per tutti i sogni che ho realizzato) e so che fuori c’è la fila di gente che farebbe volentieri a cambio con la mia vita, un livello di insoddisfazione rimane perennemente e mi sta facendo diventare pazzo. Pazzo perché so di non aver nulla di cui lamentarmi, perché so che tutto quello che ho sempre voluto (indipendenza, stabilità, un appartamento, un lavoro appagante, sicurezza economica, ecc.) ora ce l’ho e dovrei essere la persona più felice al mondo. Eppure questa felicità la percepisco tutta intorno a me ma non riesco ad afferrarla. E’ una sensazione stranissima e frustrante: come se nel tempo avessi elaborato una fitta pellicola non traspirante tutta attorno al mio corpo. La felicità mi sfiora, mi tocca, mi accarezza…ed io non riesco a farla entrare dentro. La metafora della pellicola si applica anche ad altri ambiti, per esempio al modo con cui vivo le cose. Forse sono solo cresciuto e maturato e la mia percezione delle cose è completamente diversa, ma un tempo riuscivo a vivere tutto intensamente e a tradurre i pensieri in emozioni, e facevo tesoro di quelle emozioni che mi nutrivano e che a volte, quando troppo forti, mi consumavano. Ora invece mi sento come anestetizzato e incapace di afferrare quelle emozioni e tenerle strette a me. La felicità è tutta intorno a me e a volte mi sento davvero felice. Ma non dura. Non resta. Non riesco ad incanalarla e mi sfugge dalle mani, scivola sulla pellicola dopo pochi istanti. Prendiamo Dublino come esempio. In un post così lungo ancora non ne ho parlato. E’ perché Dublino è una città che non riesco a far entrare dentro di me. Non riesco a sentirla mia, non riesco a sentirmi parte di essa. Non è che non mi piaccia: ma è quella sensazione strana al confine tra l’amore e l’odio: l’indifferenza. Dublino a volte mi è completamente indifferente, come se non vivessi davvero qua, come se fossi una proiezione olografica trasmessa da qualche altra parte. E non so spiegarmi il perché ma ho sempre questa costante sensazione che nonostante la mia vita sia praticamente perfetta, gli manca sempre quel qualcosa che non riesco a definire. In questi mesi ho pensato spesso, troppo spesso a San Francisco: l’unica città che ho davvero sentito come mia, come se ne facessi parte, come se fosse stata costruita appositamente per me. Quando la mattina cammino verso l’ufficio penso a San Francisco, a quando camminavo verso la metro e poi riemergevo in superficie in mezzo a quei grattacieli maestosi. Penso a quelle emozioni: ogni mattina era un’emozione, ogni vista della baia dalla cima di una collina era un’emozione, ogni quartiere esplorato nel weekend era un’emozione. A San Francisco mi sentivo estremamente vivo e perennemente…emozionato. Quell’emozione è scomparsa: con San Francisco è stato amore a prima vista, ho voluto succhiarne tutta la linfa vitale con l’ingordo desiderio di scoprirne ogni singolo angolino: una città in cui ho vissuto e che ha vissuto con me. Dublino invece mi è totalmente indifferente. Non la odio, non mi odia: semplicemente ci ignoriamo a vicenda. Io la ignoro quando la mattina cammino con l’aria stralunata di chi non riposa mai abbastanza, lei mi ignora con le sue nuvole impenetrabili all’accesso di un raggio solare. A tratti è anche graziosa, ma non mi dice granché. E la mia mente va costantemente al di là dell’oceano e del continente americano e passeggia su quel ponte rosso sospeso sull’oceano, mentre il mio corpo resta qua nel grigiume umido di una cittadina che non conosce estate alcuna. Spesso Dublino mi rende meteoropatico, mi rende pensieroso, mi rende malinconico ed introverso. E ciò non mi piace. Quando sono a Google mi pare di vivere in una specie di universo alternativo, come se fosse un’enclave all’interno dell’Irlanda, ma poi, quando esco, Dublino non mi fa sentire a casa mia. Forse sono troppo severo con questa città che ancora conosco così poco, ma a volte mi pare di vivere qua solo per il lavoro, non per la città in sé, mentre a San Francisco era l’esatto opposto: pur di stare là avrei fatto qualsiasi cosa. E’ evidente che San Francisco e la California mi mancano un sacco, ma sono anche consapevole che la mia vita là non era affatto perfetta. Qui ho un lavoro fantastico, una vita sociale, un appartamento tutto mio e un ragazzo che dopo un paio di drink ancora si ricorda il mio nome…la cosa che mi manca con tutto me stesso è la città dove vorrei vivere e come quel luogo mi facesse sentire vivo e migliore. Mi manca la spiritualità di quella casa e tutte le cose che mi ha insegnato: la pellicola che mi riveste ora è il sintomo che ho decisamente perso la connessione con la mia ritrovata spiritualità, che sta ritornando a fondo. Il ragazzo con il pugnale affilato ogni tanto si ripresenta a rovinarmi la festa e torna a prendere il sopravvento complicandomi la vita. Quell’ansia perenne che mi ha sempre accompagnato sin dalla nascita si è resa nuovamente manifesta. Ansia che poi si trasforma in pigrizia, che poi si trasforma in apatia. E’ un po’ come se la mia dualità addormentata si fosse risvegliata improvvisamente da un breve letargo: quella spaccatura tra la voglia fremente di partire, cambiare, esplorare il mondo, e dall’altra parte il desiderio esasperato di stabilità, di fermarsi, di gettare delle radici. E’ l’altalenarsi della felicità di essersi finalmente “accasati” in una base stabile, e lo sconforto di non avere una nuova meta davanti a sé. A volte la valigia rossa chiusa nel ripostiglio tira una sgommata rampante e mi incita ad una nuova fuga. Altre volte la guardo docile e inerme sdraiata sulla sua mensola e ringrazio che finalmente si sia fermata. Come può la stabilità qualcosa che ho cercato disperatamente per anni farmi adesso così paura? Ma è davvero così difficile fermarsi, allentare i pensieri, godersi la sosta? Perché mi sento costantemente un’anima in pena? La verità è che sono consapevole di vivere nel passato e che invece dovrei staccarmi da esso. Me ne accorgo con Dublino, costantemente paragonata a San Francisco (come Padova era paragonata ad Ann Arbor) e me ne accorgo anche con Alan con cui a volte ho la tendenza a giocare ad un nuovo gioco utilizzando le vecchie regole. E questa cosa mi fa paura, perché se c’erano delle certezze che un tempo avevo, esse erano il mio amore e le mie emozioni. E cosa succede quando ti rendi conto che non sai più come si ama (perché la tua idea di amore è stata completamente rivoluzionata negli anni ed ora ti fa paura) e non riesci più ad emozionarti per le cose più semplici che un tempo ti toccavano nel profondo? Bho, forse è che a un certo punto si diventa adulti e gli occhialetti rosa da cui un tempo vedevi il mondo finiscono sotto una scarpa…e in quel momento ti senti completamente perso, perché le vecchie regole non valgono più e devi trovarne di nuove.

Non è poi che San Francisco mi abbia fatto solo del bene dopotutto: la storia con Marc mi ha decisamente creato delle fisime di cui sto ancora scontando il prezzo, e appena arrivato in Irlanda avevo degli incubi ricorrenti nei quali il mio “visto irlandese” veniva negato… (questo per esemplificare quanto l’esperienza americana mi abbia anche un po’ traumatizzato e non solo allietato).

Lo scorso weekend Alan ed io siamo stati in una SPA, un bellissimo hotel con centro benessere e ottimo cibo. In un momento di silenzio gli chiedo a cosa sta pensando e lui mi risponde “all’Iraq”. “Perché all’Iraq?”. “Penso a quello che accade nel mondo per distrarmi, sai, cronaca, politica…”. Ed è allora che ho avuto un’epifania lampante e tagliente come un fulmine: io non penso mai a nulla di esterno, e non lo avevo mai realizzato prima. Tutti i miei pensieri sono indirizzati all’interno, a quello che accade dentro di me, a come mi sento, a quali sono le mie sensazioni, a qual è il mio stato emotivo, a cosa farò oggi, a cosa devo fare… Totalmente introverso (o egocentrico che dir si voglia!) E allora ho capito che io non ho un pensiero che mi distrae: se sto bene penso costantemente a quanto sto bene, se sto male penso costantemente a quanto sto male. E quando penso alla mia unica valvola di sfogo, penso a questo blog, e potete immaginare quanti di questi pensieri abbiano stagnato nella mia mente per mesi senza possibilità di andare all’esterno, di essere espressi. Dio, quanto sono complicato! A volte mi convinco che l’autoconsapevolezza e l’autoanalisi siano una forma di dannazione. La verità è che in questi mesi ho completamente trascurato me stesso, i miei hobby, gli amici lontani…insomma tutte le cose che mi fanno stare bene, un po’ per pigrizia, un po’ per la mia pessima gestione del tempo, un po’ per lo stress.

Bho, sono confuso e questo post non sta davvero procedendo da nessuna parte. Quindi mi fermo qua, con la consapevolezza che la formula perfetta della felicità non l’ho ancora trovata e che c’è ancora tanta strada a livello personale da fare: ma le sfide non mi spaventano. Sono anche consapevole che tutto all’esterno può costantemente cambiare ed evolvere, nuovi paesaggi, nuove persone, nuove prospettive…ma se tu non evolvi con il tutto allora quella che vivi sarà solo una novità apparente (da qui deriva il titolo del post). Tuttavia è un po’ il destino del viaggiatore: non si può certo pretendere di sentirsi a casa propria ovunque si vada. Occorre tempo, tempo che anch’io dovrei concedere a me stesso per adattarmi pienamente a questo nuovo Paese, a questa città, a questa gente…che in un modo o nell’altro sono diversi da tutto ciò a cui ero abituato.

Oltre ad adattarmi pienamente alla mia nuova vita (sì, sono ancora in fase di transizione) spero vivamente che nei prossimi mesi accanto alla gratitudine e all’apprezzamento per tutte le cose che la vita mi ha dato, subentri in me anche un meccanismo per afferrarle e iniziare a godermele a pieno. Perché altrimenti qual è il senso di fare tanta strada in salita se poi non riesci a gustarti la vista dall’alto?

 ***

PS: per leggere qualcosa di più allegro che ho scritto qualche mese su Dublino fate clic qui e qui (miei articoli pubblicati su Be Mag)

PPS: le opinioni espresse su Google in questo post sono mie e mie soltanto e in alcun modo riflettono quelle dell’azienda.





I nodi del destino vengono al pettine

20 07 2011

Un altro volo. Questa volta un po’ più in alto. E non potevo certo partire senza aver aggiornato il blog (usanza ormai consolidata nel tempo). Di nuovo in partenza verso un nuovo traguardo, anzi, verso un nuovo punto di partenza. Il futuro inizia domani.

Più ci penso più mi rendo conto che la vita e le tele del destino sono davvero inestricabilmente legate tra loro. Ed è affascinante. Per mesi mi sono crucciato sul senso di quel visto americano rinnegato, quello che mi ha fatto soffrire, che mi ha strappato da un’esperienza meravigliosa e da persone altrettanto importanti, rimandandomi a casa, rispedendomi al mittente. E dentro di me, dopo aver accettato quella sorte apparentemente così ingiusta, è maturata la convinzione che un senso doveva esserci per forza. Oggi è con grande gioia che si spalanca di fronte ai miei occhi quel piano del destino e quel senso a lungo ricercato: la mia avventura a San Francisco doveva finire poiché ne avevo tratto tutto il meglio possibile e forse non era più rimasto alcun nettare da spremere. Doveva finire perché sul piano lavorativo e su quello affettivo mi ero trovato in un vicolo cieco. Doveva finire perché potessi tornare e godermi i miei cari dopo un anno e mezzo di assenza. Doveva finire perché a casa un’àncora opprimente – la tesi – mi teneva legato ad un percorso universitario lasciato incompiuto per un anno. Ma soprattutto…doveva finire per lasciare spazio a qualcosa di ancora più grande! Chi se lo sarebbe mai aspettato! A Rosemary, l’ufficiale dell’immigrazione americana (ma forse anche ufficiale di un piano cosmico superiore) che ho odiato con tutto me stesso per avermi rifiutato il visto, va ora tutto il mio ringraziamento per avermi permesso di trovarmi al posto giusto nel momento giusto, di trascorrere quattro mesi con la mia famiglia e rivedere amici di un tempo, e per avermi permesso di concentrarmi a tempo pieno sulla mia tesi, che con orgoglio ho terminato pochi giorni fa. Ora tutto ha davvero un senso, come se la mia vita fosse un puzzle a cui sono stati aggiunti gli ultimi pezzi che non trovavo più. Tutto mi appare più chiaro e la strada davanti a me è davvero radiosa.

Grazie di cuore a San Francisco e alle sue persone per avermi cambiato così tanto e per aver curato le mie ansie e i miei malori. Per avermi insegnato ad affrontare la vita con una nuova forza, un nuovo ottimismo e una rinnovata spiritualità. Per avermi fatto fare pace con me stesso, concedendomi di trascorrere quattro mesi sereni e pacifici in Italia, circondato da persone che mi vogliono bene. E per aver reso il rientro meno traumatico di quanto me lo aspettassi.

Grazie a tutte le persone che in un modo o nell’altro hanno fatto parte del mio viaggio. La vita è come una corsa in treno: grazie a quelli che hanno aspettato con me alla stessa stazione ma su binari diversi; a quelli che in stazione mi ci hanno accompagnato e che poi mi hanno visto partire; a chi mi è poi venuto a prendere ed era pronto a riaccogliermi. Grazie a chi ha viaggiato per un po’ nel mio compartimento e poi ha deciso di cambiare carrozza o di scendere e proseguire per una destinazione diversa dalla mia; a chi ha scambiato solo due chiacchere dal sedile di dietro; a chi invece si è intrattenuto in intense conversazioni. Grazie a quelli che nella carrozza ristorante hanno condiviso il loro pranzo con me e a chi nel vagone letto mi ha voluto al suo fianco. Grazie al controllore che a volte mi ha costretto a scendere per cambiare treno; ai tecnici dell’aria condizionata che hanno lavorato per rendere il mio viaggio più piacevole; agli addetti alle pulizie che hanno ripulito laddove ho sporcato. Grazie ai capi stazione che mi hanno accolto sempre con calorosità e ai bigliettai che mi hanno sempre offerto ottimi biglietti (ma sempre a prezzo pieno). Grazie all’elettricità che ha fatto muovere il mio treno, alle ruote robuste che lo hanno sorretto e ai binari saldi che non lo hanno fatto sbandare. Grazie a chi quel treno ha cercato di farlo deragliare ma alla fine non c’è mai riuscito; a chi inizialmente ha pagato per il mio viaggio senza voler nulla in cambio; a chi ha creduto fermamente nella destinazione; e a chi mi ha insegnato che ciò che è davvero importante non è la velocità con la quale arrivi alla meta, ma lo spettacolo che ammiri dal finestrino per raggiungerla. Ma soprattutto, grazie a chi si è seduto accanto a me e so che non scenderà molto presto dal treno della mia vita, e a chi viaggia su un binario parallelo e mi fa ciao dal finestrino: perché so che, nonostante le diverse destinazioni, questi viaggiatori hanno condiviso una parte importante del mio tragitto. E dovunque noi saremo, ci ritroveremo sempre in una qualche stazione del mondo.

Ora, la valigia è pronta sul letto (di nuovo), gli scatoloni sono imballati, il coraggio è implacabile e l’entusiasmo è incontenibile. Questa volta non è solo l’inizio di una nuova avventura o di una bella esperienza…stavolta è l’inizio di una nuova vita! La mia nuova casa: Dublino. Il mio nuovo lavoro: la sede centrale europea di Google. Potrebbe forse la mia vita essere più perfetta di così?

Sono contento, sono felice, sono orgoglioso di me stesso, sono elettrizzato…sono tante altre cose in questo momento. Ma soprattutto sono traboccante di gioia di vivere, di speranza e di buoni sentimenti. Tutto sta andando esattamente come volevo che andasse…anzi, addirittura meglio, a testimonianza del fatto che tutto l’impegno, tutta la passione, tutti i sacrifici, tutto lo studio, insomma, tutto ciò che ho fatto finora mi ha portato ad ottenere un lavoro fantastico presso l’azienda dei miei sogni. Ed io non potrei essere più felice ed appagato come in questo momento. Al tempo stesso sono onorato di poter entrare a far parte dell’azienda leader nel settore di internet (al numero quattro delle 100 migliori aziende per cui lavorare al mondo nel 2011 e votata una delle aziende più friendly del pianeta) e di un team internazionale così ricco di talento e spirito innovativo. Sono felice di aver la possibilità di apportare il mio contributo e al tempo stesso di poter imparare così tante nuove cose. E’ davvero un nuovo grande inizio.

Il mio futuro è tutto a colori, ed ora li vedo con chiarezza: blu, rosso, giallo…ma soprattutto verde (come l’Irlanda).

Grazie a tutti quelli che mi hanno accompagnato sulla strada per arrivare qua.

A presto,

Il vostro Italian-American-Irish, Markolino :)





La Rivincita della Rossa – CIAO America (Parte Seconda)

9 03 2011

9 marzo 2011. Ultimo giorno in California. Domani una nuova partenza. E come al solito in queste ore mi sento completamente anestetizzato e mi è difficile tradurre a parole le sensazioni di questi momenti. Come se non fossi in grado di provare emozioni. Sono talmente sopraffatto dai preparativi che mi sento esausto, e tutto quello che vorrei sarebbe distendermi sul letto, lasciarmi andare ad un sonno profondo e risvegliarmi domattina nel mio letto in Italia, senza dover affrontare un’altra volta questo lungo viaggio.

Ho appena riletto l’ultimo post che scrissi in Michigan la sera prima di partire. Ironico: perché forse riscriverei le stesse cose, e questo mio intervento sul blog potrebbe risultare identico a quello di tre anni fa. Invece no…perché nel frattempo sono cresciuto molto e sono cambiato. Scrissi quel post con molta ingenuità e pure con arroganza, pensando che dall’altra parte ci sarebbe stato un grande fan club ad attendermi per celebrare il mio rientro. Ed oggi, sapendo quello che è successo dopo, sorrido pensando all’anno italiano che mi attendeva…con tutte le sue delusioni, le rivalutazioni personali, la depressione. Questa volta è tanto diverso. Me ne torno in silenzio, senza squilli di trombe o rullo di tamburi, con la consapevolezza che la vita delle persone va avanti anche senza di me, che non tutti stanno lì a guardarmi in estasi, che il mio ritorno non è per loro un fatto così eccezionale…come lo è invece per me. Non torno a testa bassa…torno con la testa sulle spalle, consapevole che ho paura, che non so cosa mi attenderà, ma anche che ce la farò a superare questo ostacolo, che la vita procede, e che questa è solo una virata, non la fine della rotta.

Ho vissuto quest’ultimo mese con la solita intensità drammatica con cui vivo le cose. Un po’ come se la mia vita dovesse finire domani stesso. Ho creato una “bucket list” di cose che avrei voluto fare prima di partire e mi sono concentrato su quella e sulle persone importanti che ho conosciuto qua. E’ stato un mese molto intenso, ma sono estremamente felice di essermelo concesso. Mi ha dato la grande possibilità di godere appieno delle gioie e delle meraviglie di questi luoghi, ma soprattutto di ponderare i miei pensieri e di staccarmi gradualmente dal cordone ombelicale che mi tiene legato qui. In questo mese ho avuto la chiara visione che certe cose non accadono per caso, che tutto ha un senso, tutto fa parte di un progetto più grande che spesso non sappiamo apprezzare di primo acchito. Non appena il mio visto è stato negato, ho desiderato con tutto me stesso che Rosemary – l’ufficiale dell’immigrazione americana che ha curato le mie pratiche – venisse fulminata viva, sbranata da un branco di orsi, stirata da un camion…! Oggi, a Rosemary invece dico grazie…perché proprio mentre cominciavo ad adagiarmi ed accontentarmi, la sua decisione mi ha di nuovo rimesso in gioco. Forse ancora non ero pronto a stabilizzarmi…forse ci sono altre grandi opportunità che mi aspettano in altri luoghi. Se quel visto fosse stato approvato, per i prossimi tre anni sarei rimasto bloccato con un lavoro che non mi soddisfa e non mi valorizza al massimo e che – nonostante sia stato una bella esperienza – mi ha creato molta frustrazione. Se quel visto fosse stato approvato, mi sarei continuato ad accontentare della mia relazione amorosa disastrosa (perché per quanto adori Marc, il nostro rapporto mi ha tormentato e fatto penare parecchio). Invece Rosemary ha detto NO! Tu devi procedere per la tua strada, non fermarti, ma andare avanti e svelare nuove avventure ed esplorare nuovi orizzonti. La lezione l’hai imparata: ora puoi procedere oltre! Per quanto all’inizio mi sia sentito rigettato, rispedito al mittente, sconfitto…in questo mese ho capito finalmente che non rientro in patria con una sconfitta sulle spalle…al contrario: io la mia grande vittoria l’ho già avuta vivendo qua, realizzando il mio sogno, inseguendo un futuro, facendo esperienze che CHI alla mia età ha fatto? Come potrei tornare a casa a testa bassa dopo tutto quello che ho imparato qui, tutte le cose meravigliose che ho fatto e visto? Riguardavo tutte le mie foto di questo anno e mezzo…e mi sono sorpreso di come a volte sottovaluti quello che ho realizzato qui, i traguardi che ho raggiunto. Ho girato l’America in lungo e in largo; conosciuto persone di ogni etnia, colore, religione e credo; visitato luoghi stupendi; fatto belle amicizie; aperto la mia mente ulteriormente; fatto esperienze extrasensoriali; imparato così tante cose…! Io torno a casa con un bagaglio vincente.

Tante le cose fatte in quest’ultimo mese. A cominciare dalla festa di addio coi miei colleghi, il bellissimo weekend a Mendocino con Marc, il Superbowl, gli aquilioni, il mio girovagare come un completo turista per San Francisco facendo foto come i giapponesi, la visita a Berkeley, un nuovo simbolico tatuaggio, lo shopping finale, le faccende burocratiche da sistemare, i mobili da vendere, la degustazione di vini a Napa Valley con Karla, le serate al Castro, i pranzi e le cene multietncihe con amici e coinquilini, il sing along della Sirenetta, i film su Netflix…un mese intenso vissuto con intensità.

San Francisco, Marc, questa casa, e più in generale questa gente – come ho già scritto precedentemente – di regali me ne hanno fatti tanti: non torno come sono partito! Torno più eco-friendly, più tollerante, più aperto, più spirituale, credendo in Dio, con una mente più flessibile, più maturo, più grande…più Marco! Dell’Italia mi spaventano tante cose tra cui l’omogenità, la chiusura, l’arretratezza, la mentalità…ma nulla o nessuno potrà più portarmi via quello che questo anno e mezzo mi ha donato, e sono motivato a continuare ad essere una persona migliore a prescindere da dove sia. Non ripiomberò nel “meccanismo”, non mi riadatterò al vecchio modello, non mi lascerò contaminare da una società che etichetta anormale tutto ciò che è diverso…non riassumerò quei canoni. Piegarsi al “sistema” lo lascio a chi è debole e sa poco del mondo. La mia strada continua in avanti…questo non è un tornare indietro. E’ una fase attraverso la quale devo passare…e sono felice di doverlo fare: per godermi finalmente la mia famiglia, riallacciare rapporti con vecchi amici e potenziali nuovi amici, per concentrarmi sul mio dovere di bravo studente e scrivere la tesi per finalmente porre fine alla mia carriera universitaria, e capire soprattutto cosa davvero voglio per il mio futuro professionale. Quindi no, non sto semplicemente “tornando sui miei passi”, sto procedendo sul percorso della vita. AVANTI TUTTA!

La Rossa inbizzarrita è di nuovo colma e desirosa di miglia aeree. Eccola lì pronta sulle scale, con le ruote fumanti pronte a trascinarmi lontano un’altra volta. Chissà quali altri viaggi avrà in serbo per me quella valigia. Una cosa è certa…i miei piedi saranno sempre abbastanza veloci da starle dietro.

Concludo con le care parole di un amico… ”Le barche stanno calme e tranquille nella quiete del porto…Ma non per questo sono costruite le barche…Ma per solcare i mari in tempesta…

E allora…issiamo le vele, sfoderiamo il canocchiale ed afferriamo il timone.  Il vento è in poppa…si salpa!

Grazie a questa città per essere stata la cornice perfetta di un quadro meraviglioso!

“I left my heart in San Francisco”…forse un giorno tornerò a riprendermelo…





Per sdrammatizzare…

31 01 2011

…e anche per tenermi distratto dalla scossa sismica che la mia vita ha subito, negli ultimi giorni ho continuato a lavorare ad un progetto personale intrappreso un anno esatto fa.

Si, un altro video musicale dove canto e faccio lo scemo…stavolta sulle note di Lady Gaga (Telephone).

La canzone e’ stata incisa nel gennaio del 2010 in un momento di forte ispirazione (e stupidita’) e da allora, ho continuato a procrastinare la creazione del video, fino a luglio 2010, quando la mia carissima amica Katerina e’ venuta a trovarmi nella mia nuova casa di San Francisco. Quale occasione migliore per approfittare di tutto l’entusiasmo estivo per registrare finalmente questo tanto fantasticato video? E allora eccoci a filmare tra i vigneti di Napa (nel nord della California) che tanto ricordano il mio Lago di Garda, e a Muir Beach: un picco sospeso sull’oceano Pacifico. Meravigliso. Poi altre riprese al Castro e in alcuni locali del quartiere.

Poi tutto il progetto e’ andato in letargo per altri sei mesi…e in letargo ci sono andato un po’ anche io. Non ho piu’ scritto, non ho piu’ disegnato, non ho piu’ creato video. Troppo preso dai miei piccoli drammi personali, e dalla speranza per questo visto che mi ha annebbiato la vista. Fino a questo gennaio, quando finalmente mi sono deciso a completare le riprese dei pezzi mancanti e a sedermi instancabilmente al computer nel mio poco tempo libero per la parte piu’ divertente: il montaggio!

Ed ecco finalmente nato il mio nuovo “bambino”, probabilmente il video di cui sono piu’ orgoglioso finora (non per il contenuto, piuttosto per quello che in questo momento questo video simboleggia e anche per il lavoro tecnico che ci sta dietro).

Per quanto non sia un video aulico, voglio che questo sia una celebrazione dell’esperienza piu’ intensa della mia vita, di questi luoghi meraviglisi. Un inno alla gioia provata in questo anno e mezzo, alle belle emozioni, agli amici che mi hanno accompagnato in questo percorso, e al risveglio della mia creativita’ in catalessi per troppo tempo…! Voglio che sia il ricordo di quanto mi sono divertito, di quanto ho amato la vita (e la amo tuttora,) e di quella sensazione di liberta’ assoluta che solo qui ho saputo provare.

Negli ultimi giorni ho continuato a riguardare questo video. E mi ha fatto sorridere. Mi ha fatto ridere. Ma soprattutto mi ha permesso di esorcizzare quel sentimento di paura e di sconfitta. E allora…sdrammatizziamo! :)

E’ con il sorriso sulle labbra che vi presento…”POPSICLE“:






Il Mondo addosso

27 01 2011

 

La vita è davvero strana forte. La sera prima scrivi un papiro sul blog per farti coraggio e darti forza. Ti riempi la testa di certezza e il cuore di speranza. Ti rendi conto di quanto le esperienze vissute finora siano state importanti e di quanto ti abbiano migliorato. Realizzi che hai davvero bisogno di continuare su questa strada, che non ne puoi fare a meno. Ti aggrappi con tutta la forza che hai in corpo a quella sensazione di fiducia che ti dice che le cose andranno per il meglio. Poi rileggi. E ciò che hai scritto ti piace, ti convince, ti da ancora più speranza. E allora ti metti a letto, senza cena e dopo aver scritto per quattro ore filate. Ma non importa, perchè le tue parole ti hanno cullato, si sono prese cura di te, ti hanno nutrito. E infine chiudi gli occhi sul cuscino, con un sorriso sincero stampato sulle labra, e la certezza che manca poco…e quello che desideri arriverà molto presto.

Poi ti svegli la mattina dopo: un nuovo giorno. E ti senti meglio. Qualcuno di importante ha lasciato un commento sul tuo blog o ti ha mandato un’email di supporto. E ti senti sostenuto ed amato. E capisci che in fondo, non sei l’unico al mondo in questo stato d’animo. Allora fai colazione e vai al lavoro tutto contento. Chiami una persona cara sull’autobus e condividi un po’ di emozioni ed aspettative con lei. “Ho un buon presentimento” – mi dice – “vedrai che tutto andrà bene”. E’ una bellissima giornata di sole. Mai passato un gennaio più rinvigorente. Cielo limpido che ti ci puoi specchiare e temperature fino ai 19°C nelle ore più calde. E allora pensi: “la vita è bella, tutto andrà bene per davvero!” Poi entri in ufficio, sali in ascensore, saluti le tue colleghe e accendi il computer. Ti senti produttivo, e con grinta ti metti a fare quello che è in programma per te per quella giornata.

Poi, dieci minuti dopo, una finestra pop-up di Gmail appare sul lato inferiore destro di uno dei tuoi monitor. E il cuore ti salta in gola. Mittente: USCIS (United States Citizenship and Immigration Service). Un’altra notifica? Ne ho già ricevuta una lunedì che mi informava che la mia richiesta era stata ricevuta. Cosa succede ora? Dev’essere per forza uno sbaglio, è troppo presto, mancano 12 giorni ancora. Sarà un qualcosa da nulla. Clicchi, apri…

IL SUO VISTO E’ STATO NEGATO.

La terra trema, il respiro si blocca, le palpitazioni aumentano…rileggi. E rileggi. E rileggi. E rileggi ancora. Si, dice proprio “denied”. Allora lo tsunami si innalza e con tutta la sua potenza distruttiva si riversa su di te per annegarti ed annientarti. Poi la crosta terrestre si spacca in due e ti inghiotte fino al centro della Terra. Infine tutto il tuo mondo ti crolla addosso e ti fa sentire tutto il suo peso insostenibile. E sei schiacchiato, senza possibiltà di scampo. Il tempo si blocca, tutto attorno a te tace, non esiste più nulla intorno a te. Una voce dentro di te si alza e grida con tutta la forza che ha in corpo…ma non puoi sentirla. Paralizzato. Vuoi urlare, vuoi piangere, vuoi esplodere, vuoi scaraventare computer e tastiera contro il muro di mattoni rossi. Ma per un attimo non hai il controllo del tuo corpo. E non puoi fare nulla. Solo fissare incredulo quello schermo, quel messaggio che ti cambia la vita per sempre, che ti infrange un sogno, che muta il tuo destino inesorabilmente.

Tutto quello che ho potuto fare è stato alzarmi dalla scrivania, correre a quella di Chelsea, e dirle “Tra due settimane lascio l’ufficio, mi sbattono fuori dal Paese”. Lei mi abbraccia forte, io scoppio a piangere, e poi lascio l’ufficio per andare a camminare freneticamente in mezzo alla trafficatissima Market Street, verso l’oceano. Provo a chiamare Marc – non mi risponde. Allora chiamo mia madre e scoppio in lacrime al telefono con lei sotto gli occhi sbigottiti dei passanti incravattati e pronti per entrare nei loro uffici. Poi raggiungo il molo e mi siedo su una panchina di fronte al Bay Bridge, sull’acqua, e osservo la città da quella prospettiva – pronto a perderla molto presto. Poi chiamo mia zia, poi mi richiama mia mamma, poi provo a chiamare Marco in Germania – sia in ufficio che a casa, ma non mi risponde – allora chiamo la mia coinquilina Jada. Tutti mi danno supporto e sostegno. Ma chi può davvero capire tutto quello che mi passa per la testa e per il cuore lì su quel molo, lì di fronte a quel ponte che tante volte ho attraversato sognando un giorno di poter andare a vivere a San Francisco? Fumo nevroticamente due sigarette, lascio che le mie lacrime si uniscano all’oceano in questo pianto disperato. E poi mi incammino verso l’ufficio, completamente sotto shock. Senza vedere nulla di quello che accade intorno a me. Senza voltare lo sguardo. Senza notare i semafori. E penso: “that’s it, questa è proprio la fine”. Poi rientro in uffcio a testa bassa e trovo una tavoletta di Emergency Chocolate sulla mia tastiera. Il mio capo mi abbraccia. La vice presidente mi abbraccia. I miei colleghi mi abbracciano. Poi Chelsea mi porta fuori a pranzo, nei soleggiati Yerba Buena Gardens, dove ho trascorso la domenica pomeriggio con Marc. Sembra piena estate. Tutti mangiano i loro panini stravaccati nell’erba e si rilassano all’ombra degli alberi. Il San Francisco MOMA è lì maestoso davanti a me a ricordarmi uno dei miei pomeriggi di un anno fa quando venni in città per visitare le sue opere d’arte per la prima volta. Le fontane e le cascate di fronte a me mi ricordano di dove mi ero seduto la prima volta che visitai quei giardini, subito dopo aver fatto il mio primo colloquio di lavoro per Twitter, nell’ottobre del 2009. Apro il mio lunch box e azzanno il mio solito panino al prosciutto, insalata, formaggio e sour cream. Poi le carote e l’uva. Infine il milk shake alla fragola che Chelsea ha comprato per me. Lei mi fa coraggio, e mi dice che ho talento, che sono così intelligente, che faro grandi cose in Europa, che una volta passato questo dolore la mia vita andrà a posto, che ora finalmente posso concentrarmi sulla mia tesi e trovare un lavoro che mi soddisfi in uno dei Paesi dell’Unione, che ho grandi possibilità.

Ma che importa avere tutte queste opportunità, se poi l’unica cosa che davvero volevi non puoi averla???

Questa sera dopo il lavoro vedrò Marc. Avremmo dovuto passare una serata serena, senza preoccupazioni, solo relax! Invece mi toccherà guardarlo dritto negli occhi, scoppiare a piangere e dirgli che non possiamo stare insieme. Che tutto il mio castello è crollato. Che di nuovo, tutto quello che duramente ho costruto va in mille pezzi. Che devo ricominciare tutto da capo un’altra volta. Ho il cuore spezzato, soprattutto adesso che le cose iniziavano ad andare bene, che ci stavamo avvicinando, che stavo finalmente cambiando me stesso e il mio contorto modo di amare. Tutto va di nuovo inesorabilmente a puttane. Ed io sono senza meta alcuna…

Ora il vaso di Pandora delle mie paure più profonde e dei miei pensieri più dolorosi è stato scoperchiato e la mia testa è invasa dall’angoscia: cosa fare, il letto da vendere, le decina di libri da spedire a casa, le valigie da fare, la casa da svuotare, il cibo in credenza da consumare alla svelta, il nuovo telefono da disdire, il conto corrente da chiudere, le carte di credito da cancellare, l’assicurazione, le tasse da pagare, e mille altre cose in lista. E poi dover lasciare questi luoghi, queste persone, andare via…ricominciare! Sono terrorizzato. Poi il terrore si  trasformerà in rabbia. Poi la rabbia in accettazione. Poi l’accettazione in depressione. E poi chissà cos’accadrà…

Ho voluto approfittare di un’ora morta in ufficio per poter fare un resoconto a caldo delle mie forti emozioni di scoinvolgimento e schock del momento. Ma ora non so più che scrivere. Ancora non posso credere che tutto ciò stia veramente succedendo. Non riesco a dargli un senso. Sono troppo turbato per potermi fare forza come di solito faccio alla fine di un post. Volevo solo sfogarmi. Senza trovare necessariamente risposte. Risposte non ce ne sono.

Due cose molto curiose (coincidenze o segni?) per le quali forse non riuscirò mai a darmi pace:

  1. Questa notizia arriva nel giorno del compleanno di Simone (…)
  2. Avevo già un biglietto aereo di ritorno comprato per la data esatta (o giù di lì), ma lo avevo comprato per tornare per la mia ipotetica laurea. Forse era davvero già scritto nel destino…

Ora torno al mio lavoro, al mio dolore, ai miei pensieri. Approfitterò dei prossimi 41 giorni che mi rimangono, per farmene una ragione, e – possibilmente – per cogliere tutto il meglio che c’è, farne scorta e portarlo via con me.

Senza paura. Senza speranza.

(Ma col cuore infranto)





Circles – Senza Paura. Senza Speranza.

26 01 2011

Piangermi addosso non mi piace. Vorrei che questo blog fosse sempre un resoconto di esperienze felici ed appaganti. Un glossario del Marco migliore che esiste in me. Un album di momenti costruttivi e ricordi piacevoli. Purtroppo però la vita non è fatta solo di questi, e certe volte bisogna sedersi e fare il punto delle cose che non vanno, delle cose che ci rendono tristi. Questo è uno di quei momenti, e spero che la scrittura possa essere come al solito terapeutica e che mi aiuti a fissare questi attimi di down…per poi poter sorridere quando in un futuro vicino le cose saranno andate a posto e mi rimetterò a leggere questi versi scomposti ed impulsivi.

Sono arrivato ad un punto della mia vita in cui per la prima volta mi trovo di fronte ad un bivio importante e non tocca a me compiere la scelta della strada da imboccare. E sono spaventato a morte. Oggi mancano 13 giorni al verdetto finale che deciderà le sorti di questo mio percorso intrapreso poco più di un anno e mezzo fa. La paura di perdere tutto mi paralizza. Tra due settimane – dopo tanta attesa e pathos – finalmente saprò se il “televoto” mi consentirà di proseguire questa esperienza di vita oppure mi rimanderà a casa…a ricominciare tutto dall’inizio. Sono sempre stato abituato ad essere parte attiva del processo decisionale, sempre in prima linea a decidere se procedere sulla via di destra o di sinistra, sul percorso asfaltato o sulla ripida mulattiera. Ho sempre affrontato le mie scelte con ansia ma coraggio, e alla fine ho sempre saputo prendere la decisione giusta, per quanto a volte difficile. In questa situazione, invece, mi sento completamente impotente. Totalmente privo di questa prerogativa della scelta. Assolutamente succube del destino e dei sui piani a me sconosciuti. E sono terrorizzato. Tutto ciò che mi resta è l’attesa, la pazienza, la speranza…che a volte vacilla.

Il malato terminale di fronte alla notizia della sua imminente morte può compiere due scelte: vivere gli ultimi giorni con accettazione, vivendo ogni secondo intensamente e cogliendo ogni aspetto positivo del mondo intorno a se, oppure lasciarsi andare allo sconforto più profondo, ribellarsi, opporsi al destino, piangersi addosso e pensare che la vita sia davvero ingiusta. Sebbene io non stia per morire (almeno non che io sappia) e la mia situazione non sia nemmeno paragonabile a quella drammatica di un malato terminale, la scelta a cui sono di fronte (l’unica su cui ho davvero controllo) è la stessa: vivere questo periodo (che per me è iniziato lo scorso agosto) come se fosse l’ultimo, assaporando ogni vibrazione positiva, oppure torturarsi nell’attesa e chiudersi in se stessi. Ovviamente il mio essere masochista mi sta indirizzando verso la seconda opzione…e dio solo sa se con tutta l’ansia, l’apprensione e lo stress che sto accumulando negli ultimi mesi ne uscirò sano di mente. Non sono pronto a farmi strappare dalle mani tutto quello che ho duramente costruito. Non riesco ad accettare di poter essere espulso dal mio sogno in corso di realizzazione. Se devo abbandonare questi luoghi per ritornare sui miei passi, vorrei che fosse una mia decisione, non per scelta di certi burocrati senza volto. Se dovessi essere cacciato, ne sopravvivrei, certamente. Troverei un piano B, un’altra via di uscita, un altro obiettivo. Il mio corpo continuerebbe il suo percorso. Quello di cui sono certo, però, è che la mia anima ne morirebbe. Perché qua la mia missione non è ancora finita: è troppo presto per andarsene ed io sento di aver appena iniziato un processo di crescita che non può essere stroncato così.

E allora pensa positivo! – direte voi. In fondo è in genere quello che mi riesce meglio. Stavolta però sono talmente immobilizzato dalla paura che mi è difficile sfuggire a questo sentimento di apatia che non mi permette di reagire. Penso positivo. Ci provo ogni dannato giorno. A volte mi convinco che questo visto arriverà, nonostante le mille peripezie. A volte ne sono proprio certo. Poi altre volte mi abbatto e lascio che la paura prenda il sopravvento e immagino la scena di me mentre riempio uno scatolone e lascio l’ufficio, poi di nuovo alle prese con mille valigie a svuotare la mia ottava stanza, e con le lacrime agli occhi all’aeroporto mentre saluto le persone care che ho conosciuto qui. Di nuovo un altro decollo. Di nuovo un altro atterraggio. Poi il vuoto. Non sono pronto a ricominciare tutto da capo di nuovo. Non posso sopportare l’idea di dovermi riadattare nuovamente ad una nuova vita, a nuove persone, ad un nuovo contesto. Non voglio quella nona stanza. Ho vagabondato per 7 anni avanti e indietro con una valigia rossa. Ora ho voglia di fermarmi e poter chiamare un posto “casa”. Tutti questi pensieri mi perforano la testa giornalmente, attaccano le mie speranze e il mio ottimismo, li annientano. E allora vado alla ricerca disperata di qualcosa che mi dia gioia o almeno un po’ di serenità, e l’ottimismo cresce. Ma la paura resta sempre immobile lì e riprende la sua battaglia. Un circolo vizioso.

Questo è la mia vita: un circolo. E in questo momento mi ci sento davvero intrappolato. Di nuovo di fronte alle stesse situazioni, di nuovo le stesse paure che mia assalgono, di nuovo la stessa ansia che cresce. Mi chiedo quando riuscirò a tirare il freno per potermi fermare a contemplare la mia vita, senza sempre dover lottare con l’incertezza. E la risposta è: mai! Mai, perché sono un essere in continua evoluzione e mi nutro di cambiamenti per poter crescere.

Un circolo perché ho l’impressione di continuare a fare gli stessi errori senza mai imparare.

Un circolo perché mi pongo sempre le stesse domande senza mai ricordare le risposte che mi sono già state date.

Un circolo perché ho la perenne sensazione di averle già vissute queste situazioni.

Dopo due anni senza sigarette, l’ansia ha avuto il sopravvento ed ho ricominciato a fumare. Dopo più di un mese di lontananza, delusioni e sofferenze varie, mi sono rimesso con Marc la sera del mio compleanno. Dopo un anno e mezzo dalla mia partenza continuo a pensare a tutti gli sbagli fatti con Simone (e solo ora capisco tante cose). Nuovamente, sono insoddisfatto di quello che faccio. Per la quarta volta mi trovo in una relazione pre-partenza. Anche se sto notevolmente crescendo e cambiando il mio modo di pensare, i miei pensieri restano gli stessi. L’insofferenza sta tornando, come pure quel prurito sotto i piedi che mi ha sempre indotto a fare la valigia e ad andarmene. Ultimamente ho persino pensato che forse questa dovrebbe restare una bellissima esperienza di vita, ma forse non è la mia vita. Ed è così dannatamente frustrante, perché per la prima volta davvero credevo che avrei voluto fermarmi qua e costruire la mia esistenza su questo suolo. Adesso non lo so più. Sono così confuso e in crisi totale.

Sto leggendo un bellissimo libro buddista che mi sta molto aiutando: si chiama “When Things Fall Apart” (Quando tutto va a pezzi). In questo periodo nessuna lettura potrebbe essere più indicata. Secondo la teoria buddhista, l’unica realtà che conta è il presente, il momento attuale. Ci lasciamo paralizzare dalle nostre paure e cerchiamo di sconfiggerle, invece le paure vanno ascoltate, vanno capite, vanno rispettate. Nulla è fatto per restare. Tutto si trasforma, tutto cambia, tutto muore. Noi inclusi. Dobbiamo accettare la paura della morte se vogliamo godere la vita. Dobbiamo abbandonare la speranza. Vivere una vita senza speranza, perché essa non ci permette mai di concentraci sul periodo presente, su quello che succede nella nostra mente. Tutto quello che pensiamo non esiste: sono solo meri pensieri. Vanno ascoltati, rispettati, ma rilegati al loro ruolo di pensieri, ed espulsi attraverso l’espirazione. Dobbiamo sentirci soli per capire noi stessi, e non riempire i nostri vuoti con persone e cose non necessarie.

Un breve racconto mi ha particolarmente colpito finora: la storia di due genitori poveri di cui l’unica grande speranza e consolazione è l’unico figlio, per il quale hanno grandi progetti, e al quale si aggrappano con tutto l’amore che hanno, in quanto unica fonte di gioia nella loro vita. Un giorno il ragazzo cade da cavallo e si rompe la schiena e non può più camminare…! I genitori sono disperati e perdono tutta quella speranza, credono che la vita sia ingiusta e si piangono addosso…! Un giorno, non molto tempo dopo, i militari invadono il villaggio e reclutano tutti i giovani per andare in una guerra catastrofica e senza speranza di sopravvivenza. Il ragazzo però viene lasciato indietro in quanto disabile, ed e’ libero di continuare a vivere con la propria famiglia e di continuare a godere di quell’amore…

La morale della storia è…ogni cosa accade per un senso…anche se non lo percepiamo subito, fa comunque parte di un percorso. Io non so quale sia questo mio percorso ma – quando non sono così concentrato sulla mia paura – sono convinto che qualsiasi cosa accadrà, sarà la scelta giusta per me ed il mio futuro. Come dice sempre la mia coinquilina Jada: “Trust the process!” (“fidati del processo!”, ovvero che le cose fluiscono esattamente secondo un piano logico voluto dall’universo).

Anche se non lo so apprezzare, sono consapevole che il caos che sto vivendo faccia esattamente parte di un piano perfetto. Perché come dice il mio libro buddista, è solo nel caos che possiamo ritrovare noi stessi. Se abbiamo la (falsa) percezione che tutto va bene così com’è, non saremo mai portati a metterci in discussione, a migliorare. Per me – al di là del visto – questo è un periodo di grande confusione perché sono in piena trasformazione: la mia mente si sta aprendo incredibilmente e la mia anima si sta spiritualizzando. Ma ciò che è più importante è che tutte le mie vecchie concezioni, sicurezze, convinzioni, stanno andando in frantumi, per lasciare il posto ad una nuova, più onesta consapevolezza di me stesso e del mondo intorno a me. E sono solo all’inizio di questo lungo percorso.

Due sono i carburanti di questo grande cambiamento: la casa e Marc.

Della mia casa di San Francisco (coinquiline incluse) e del grande effetto curatore che sta avendo su di me ne ho già parlato nel post precedente (1-1-11). Qui mi sento davvero protetto e compreso. E’ la mia fonte di ispirazione e l’agente cicatrizzante per le mie ferite aperte. Qui sto ampliando i miei orizzonti, imparando cose nuove, conoscendo finalmente me stesso. La casa e la sua grande energia mi nutrono in questo lungo processo di trasformazione. Sto imparando e cambiando tante prospettive sulla comunicazione umana, sul senso della vita, sulla natura, sulla spiritualità, sull’ecologia…e sto davvero riscoprendo il nuovo me. Nella mia ultima visione ho avuto la rivelazione del mio futuro. Ho visto un uomo lassù ad attendermi. Non ho potuto vedere il suo volto e a lungo mi sono domandato se fosse mio nonno, un angelo custode, dio, un mio futuro compagno o forse il Marco che diventerò, venuto per portarmi il messaggio che tutto andrà bene, esattamente come deve andare. Poi ho guardato meglio ed ho capito. Per quanto possa sembrare sciocco, quell’uomo che ho visto era mio marito, lì ad attendermi con i miei futuri due figli e un cane scodinzolante in una casa nella campagna americana. Può sembrare sciocco ma è davvero così: ho visto i miei due bambini (biondi e riccioluti), un cane, e una casa di campagna. E mi sono emozionato da morire. A lungo ho chiesto a quell’uomo “chi sei tu, quando ti incontrerò?” E dopo tanto domandare, tutto ciò che lui mi ha risposto è stato “chi ti dice che tu non mi abbia già incontrato?” E’ stata un’esperienza molto forte e rivelatrice. L’universo mi ha permesso non solo di avere uno scorcio del mio futuro e di incoraggiarmi (tutto andrà bene e la vita ha in serbo grandi cose per me), ma anche di poter fare una lista di obiettivi da raggiungere e di consegnare l’”ordinazione” all’universo stesso. Allora ho alzato le mani al cielo, ed uno ad uno, ho portato verso l’alto tutti i sogni che ho, tutte le ambizioni, tutte le cose che vorrei ottenere. E quando è arrivato il momento del visto, una voce si è messa a ridere amichevolmente e mi ha detto “va bene dai, anche quello, tanto sai già che presto arriverà!” Subito dopo mi sono ritrovato su un palco, e di fronte a me tanti spettatori. Non so che cosa significhi, ma è sicuramente una sensazione per la quale vale la pena di vivere abbastanza per provare davvero. Poi acqua, tanta acqua, a purificare il mio corpo invaso da mille preoccupazioni e mille pensieri. Infine ho visto Marc e con lui ho affrontato il mio profondo dissidio interiore.

Marc è il secondo pilastro di questo mio processo di forte cambiamento. Lui però funziona in modo opposto: anziché conferirmi protezione e sicurezza, mette in dubbio ogni mia certezza e convinzione e ribalta il mio orgoglio e il mio senso delle cose. Marc è ben lontano dal mio ideale di ragazzo: è con la testa sulle nuvole, per nulla romantico, a tratti pessimista e cupo, con poca ambizione, distratto dal suo mondo, complicato, impenetrabile, non espressivo. Marc mi vuole un bene dell’anima, ma è il primo ragazzo a dirmi che non è innamorato di me. E la cosa mi disorienta e mi manda in bestia allo stesso tempo (sebbene devo ammettere che nemmeno io sono innamorato di lui: ancora più disorientante!). Per tanti versi oserei dire che Marc è l’opposto di quello che ho sempre cercato. Eppure è lui che ho attratto nella mia vita, non il principe azzurro. Perché? Perché è esattamente quello di cui ho bisogno: una persona che sconvolga tutti i miei parametri e le mie ingenue certezze. E lui ci riesce così bene. Seppur involontariamente, Marc mi sta cambiando radicalmente. Lentamente e a furia di farmici sbattere la testa, lui sta plasmando quel costrutto teorico che si è insediato nella mia testa e che io chiamo l’”idea dell’amore”. Ha smosso tutte le mie certezze su quello che credevo di aver bisogno in una relazione, le certezze di come le cose dovrebbero andare, come le persone dovrebbero essere, come i sentimenti andrebbero vissuti. E questa strada è dannatamente difficile. Perché per la prima volta mi ritrovo senza bussola, senza sapere come amare, senza nessuna idea di come farlo innamorare di me e viceversa. Ma allora l’amore che ho provato prima di lui che cos’era? Stavo solo ingannando me stesso? Con Marc non ci sono grandi manifestazioni d’affetto, non ci sono grandi gesti, non ci sono grandi parole. Ci sono solo due persone. L’amore senza fronzoli e senza A maiuscola. Con lui sto lentamente iniziando a capire che per anni ho delegato la responsabilità della mia felicità a qualcun altro. Ho affidato l’arduo compito di farmi felice ad ognuno dei miei partner. Ho vissuto di grandi aspettative e provato grandi amarezze quando queste venivano deluse. Mi sono sempre lasciato cadere nelle mani di qualcun altro, caricandolo del grande peso dei miei ideali di relazione perfetta. Con Marc ho capito che le nostre felicità sono su due binari paralleli, che non dipendono l’una dall’altra, che il mio percorso è il mio percorso e il suo è il suo. Che devo smetterla di fare il crocerossino di anime disperse, perché ho ancora la mia da curare prima. Che devo prima essere felice con me per poter essere felice con qualcun altro. Che non è mia responsabilità salvare lui e non è sua responsabilità salvare me. Che io ho il controllo solo su questa mia metà della coppia e devo concentrarmi su quello che IO posso fare per la coppia, non su quello che lui può fare per me. Che NOI non esiste se non esiste prima un ME. Che amare è forse qualcosa che non ho mai imparato. Che l’aspettativa mi condannerà all’eterna insoddisfazione. Che il paragone mi condannerà alla perenne delusione. Che devo lavorare su me stesso senza cercare di cambiare il mio partner per plasmarlo al mio ideale di uomo perfetto. Che ho sempre una scelta: in or out, e se le cose non vanno è giusto tirarsi indietro. Che devo lasciare che trovi la sua luce e risplenda di luce propria, e non che funga da riflesso della mia.

Stare con Marc mi stravolge, a volte mi fa male. Ma non è per colpa sua. E’ solo che mi ha fatto capire tutte le cose che non vanno di me: come uno specchio ha riflesso tutti i miei difetti, le mie artificiali convinzioni, i miei ideali d’amore. E me li ha fatti ribaltare. Ora non ho più fondamenta a cui potermi appoggiare. Ma sono deciso ad andare a fondo di questo percorso rivoluzionario perché – per quanto sofferente e difficile – alla fine mi permetterà di essere una persona migliore, un amante migliore.

Ogni volta che mi scontravo con lui nei mesi passati, ogni volta che deludeva una mia aspettativa, ogni volta che mi aspettavo un gesto o una frase carina…eccolo sempre pronto ad essere inetto ed inadatto. E di nuovo quella sensazione sabotatrice (il “ragazzo col coltello affilato”) pronta a balzare all’attacco per farlo fuori e ad allontanarlo dalla mia vita in quanto non meritevole di farne parte. “Io merito di essere felice. Io merito un ragazzo che bla..bla..bla”. Tu Marco non ti meriti proprio un cazzo, perché l’inetto…sei tu! E finalmente l’ho capito. Scappo non appena le mie regole non vengono rispettate, non appena le aspettative che così faticosamente costruisco nella mia testa vengono deluse. E mi sento pure la vittima della situazione. Non compreso. Non amato. Non considerato. Invece fino ad ora sono stato vittima dei miei stessi costrutti ideologici e mentali, della mia idea di amore “come dovrebbe essere o com’è stato”, dell’esperienze passate. Ma ora basta! E’ tempo di costruire un nuovo me, non importa quanto tempo ci vorrà. Per quanto mi faccia diventare scemo a volte, Marc è la mia sfida. Il mio software va completamente riprogrammato.

Dopo la mia ennesima scenata, eccomi di nuovo a prendere le dovute distanze con un bel taglio netto alla relazione a fine novembre. “Tu non mi meriti!” In realtà quello che non mi merito è di lasciarmi schiavizzare da questi continui pensieri sabotatori. Poi il viaggio in Italia e la distanza di un mese. Quando credo che mi sia del tutto passata, acconsento a rivederlo a fine dicembre. Una piacevole serata: cena da Chao e poi un drink in un locale lì vicino. Gli racconto delle mie vacanze italiane come se nulla fosse (ho la sensazione di averlo visto fino al giorno prima e che niente sia successo). Non ho aspettative, ne speranze. Gli racconto del visto, di come ci sia stato un imprevisto e che le cose sembrano essersi complicate. Poi iniziamo a parlare di noi. Lui mi dice che è confuso, non sa cosa fare, e che vorrebbe che restassimo amici e che ci frequentassimo come tali. Io acconsento, lo accompagno al taxi, ci abbracciamo e la serata finisce lì. Poi arriva il mio compleanno pochi giorni dopo e ovviamente con tutti i casini che ho in testa non ho assolutamente voglia di festeggiarlo. Però l’idea di passare la serata a casa da solo è davvero troppo deprimente. Allora, quale idea migliore che passare la sera del tuo compleanno con il tuo ex ragazzo  in un ristorante italiano molto romantico (ammetto di non averci troppo pensato…) ? Credo sia stata la più bella cena che abbiamo mai avuto: parliamo di un sacco di cose di cui prima non siamo mai riusciti a parlare per via della mia rigidità, condividiamo esperienze importanti e ci scambiamo grandi e profondi sguardi…! Poi, vuoi le canzoni di Gianluca Grignani in sottofondo, vuoi la ristoratrice milanese che ci dice che siamo una bellissima coppia, vuoi le lasagne fumanti e deliziose, e vuoi pure una bottiglia di vino bianco Lugana – appena usciti dal ristorante, nemmeno il tempo di fare tre passi, che Marc mi afferra e mi bacia appassionatamente in mezzo alla strada. Un bacio lunghissimo e come non ne avevo mai ricevuti da lui. Mi dice “I’ve been dreaming about this. I missed you so much”, ed io non capisco più un cazzo. Mi prende la mano e ci incamminiamo verso un bar del castro dove prendiamo un altro drink (e dove ogni occasione è buona per baciarmi!). Abbiamo poi passato la notte insieme ed è stato decisamente un ottimo compleanno e inizio d’anno. Da lì le cose stanno procedendo più alla normalità (meno film, più realtà) negli alti e bassi che caratterizzano il nostro rapporto. La cosa è in piena evoluzione, e sarà un’evoluzione molto lenta ma che spero alla fine darà i suoi frutti. E se non sarà così, avrò comunque imparato moltissimo sulle relazioni e su me stesso soprattutto.

Non è forse un caso che tutta la mia vita allo stato attuale sia basata sull’attesa e sulla pazienza. In genere sono così frenetico, impulsivo e insofferente, che al primo segnale di cedimento dall’altra parte, scappo e volto pagina. Marc e l’intera esperienza del visto invece mi stanno insegnando che non sempre posso avere il controllo della situazione in mano; che se pianti un seme non puoi pretendere che la pianta cresca in cinque giorni e scazzarti se non è così; che a volte bisogna lasciarsi andare all’ignoto per imparare nuove cose; che va bene avere paura del caos perché esso ci costringe ad essere più consapevoli di noi stessi; che “ti amo” non è solo una parola buttata lì, ma un percorso tortuoso e che la meta va raggiunta con pazienza ed impegno; che non tutto dev’essere per forza tradotto a parole o gesti: a volte occorre solo imparare a leggere un po’ più in profondità.

Questa non sarà forse la casa dove invecchierò.

Questa non sarà forse la città in cui il vivrò il resto della mia vita.

Il lavoro che faccio non sarà quello che farò tra 10 anni.

Marc forse non sarà l’uomo della mia visione e non vivremo in campagna con un cane e due bambini biondi e coi ricci.

Ma non è questo l’importante. L’importante è che tutto ciò è qui ed è adesso. Tutto ciò va vissuto ed assaporato ora, in questo esatto momento. Senza la paura costante dell’ignoto. Tutto si trasforma, tutto passa, tutto alla fine muore – come dice il Buddha. Ed io ho deciso che voglio seriamente  smetterla di vivere nella malinconia di ciò che è passato, aggrapparmi al presente per non lasciarlo andare, e preoccuparmi dell’ignoto di ciò che deve venire. Non c’è nulla di cui avere paura quando si vive il momento attuale con tutta la gioia e la gratitudine che abbiamo. Senza paura. Senza speranza.

Qualunque sarà il mio futuro, qualsiasi cosa avrà in serbo per me…questa casa, questa città e questo ragazzo, resteranno per sempre nella mia vita…sottoforma di un grande segno impresso a fuoco dentro di me. Grandi persone, grandi esperienze, che mi hanno aperto gli occhi e mi hanno donato le chiavi per spalancare le porte di una nuova vita. Comunque andranno le cose, vi sarò sempre grato per avermi salvato da me stesso.

Grazie.





1-1-11

1 01 2011

Primo gennaio 2011. L’inizio di un nuovo anno.

Chissà come mai siamo tutti portati a fermarci a pensare alla nostra vita proprio quando l’anno muore. Ci fermiamo per un istante e facciamo il resoconto dei 364 giorni precedenti e ci prefissiamo buone intenzioni per l’anno in arrivo, che poi dimenticheremo nel giro di pochi giorni. Ma perché si fa solo in questo momento? In fondo anch’io – proprio ora – sento l’esigenza di scrivere e ricapitolare a me stesso quest’anno…un anno che senza dubbio ho amato con tutto me stesso. Il 2010 mi mancherà davvero molto, perché è stato un anno importante, ricco di grandi rivelazioni, sogni realizzati, cambiamenti profondi e rivalutazioni essenziali. E non posso dire lo stesso per ogni anno. Il 2010 è stato un anno che ho voluto vivere a fondo: l’ho vissuto molto e l’ho scritto poco. Mi rendo conto che sto vivendo una nuova vita a San Francisco da 7 mesi e sono stato così travolto dalle emozioni (belle o brutte che siano state) che non ho mai avuto la voglia e la pazienza di sedermi al computer e trascriverne il vissuto. La mia vita è cambiata radicalmente e devo tutto a questa città straordinaria che mi è entrata dentro ed ha iniziato a prendersi cura di me, a guarirmi, a farmi crescere. Non voglio ora limitarmi ad eseguire una mera elencazione di esperienze vissute e di traguardi raggiunti perché credo che le liste sminuiscano la bellezza del “racconto in presa diretta”. Posso comunque affermare con sicurezza che questa è stata l’estate più bella della mia vita. Per la prima volta da quando sono nato sento finalmente di aver trovato un posto in cui poter congedare il mio irrefrenabile senso di fuga, quello che mi portava a sentirmi a disagio nel trovarmi nello stesso posto per più di qualche mese. Sento di aver trovato una stabilità, una meta, un porto in cui ancorarmi. Ed è strano parlare di stabilità quando la mia vita in questi ultimi mesi è stata tutt’altro che stabile ed è tuttora appesa ad un filo che non è in mio controllo…

A San Francisco ho trovato la mia dimensione naturale, il mio habitat. Non potrò mai dimenticare il sorriso del mio primo giorno di lavoro quando uscendo dalla metropolitana mi sono trovato di fronte alla maestosità di quei grattacieli; l’emozione di scalare la vetta più alta ed ammirare la bellissima città dall’alto; il senso di libertà nell’attraversare il Golden Gate Bridge in bicicletta sospeso tra l’oceano e il mare o di andare in spiaggia sotto il ponte ed in mezzo alla nebbia; il senso di appartenenza durante il Pride di giugno; il sentimento di liberazione sociale che si prova nel vivere nella città più liberale e più open-minded d’America.

San Francisco mi ha dato tanto, mi sta dando tanto. Mi ha dato un lavoro a tempo indeterminato nel cuore della downtown, dove sto imparando ad innamorarmi di una professione un tempo a me sconosciuta. Mi ha dato dei colleghi su cui so di poter contare. Un ambiente di lavoro famigliare e stimolante, dove gli orari non contano, conta solo che alla fine della giornata i tuoi compiti vengano portati a temine. Un ambiente in cui per stare bene insieme si fa l’happy hour il giovedì, o si va al karaoke, o si organizza un viaggio aziendale a Las Vegas. Un lavoro che mi sta dando la possibilità di accrescere il mio curriculum, scoprire nuovi mondi, divertirmi, appassionarmi. Un lavoro in cui vengo stimato, dove mi si danno grandi opportunità e dove ciò che creo è davvero apprezzato. Un lavoro, che se tutto va bene, mi permetterà di rimanere negli Stati Uniti per i prossimi anni…

San Francisco mi ha anche regalato un’estate memorabile, trascorsa nella mia vecchia casa sulla collina con coinquilini divertenti ed un grande amico e compagno di avventure: Marco. Non ci sono parole per descrivere come ce la siamo spassata insieme: le serate, le improvvisate, i drammi, le trasgressioni…una bellissima amicizia che può solo essere descritta per immagini (e musica). Proprio per questo voglio lasciare al mio video (qua sotto) l’arduo compito di rappresentare la mia estate a San Francisco con Marco.

 

E come se di Marco nella mia vita non ce ne fossero già abbastanza, un altro personaggio importante di quest’estate è stato il mio ragazzo Marc. Nonostante gli alti e i bassi e poi la fine della nostra relazione poche settimane fa, Marc ha giocato un ruolo fondamentale nella mia esperienza di inserimento a San Francisco, ed io gli sarò sempre infinitamente grato per essere stato al mio fianco ed avermi supportato quand’ero così spaesato. Non so bene come parlare di Marc visto che il pensiero di lui ancora aleggia nella mia mente. Diciamo che è un ragazzo d’oro, come ce ne sono pochi al mondo. Buono come il pane, pacifico. Mi ha infuso una grande serenità all’inizio…soprattutto venendo dalla burrasca dei miei drammi sentimentali passati (che non sono poi così passati in fondo…). Marc è stato un’ottimo compagno di viaggio diciamo. Ci siamo voluti un mondo di bene, e ce ne vogliamo tutt’ora…ma diciamo che non ci siamo mai innamorati l’uno dell’altro. Ci siamo fatti tanta compagnia, però l’affetto non basta a tenere in piedi una relazione e le nostre differenze di carattere, attitudine ed aspirazione ci hanno portato alla rinuncia. Credo mi sia capitato Marc (o meglio, credo di averlo attratto) per la legge del Contrappasso…Tutte le cose che odiavo di Simone le ho ritrovate in lui, e tutte le cose che amavo di Simone invece non c’erano, anzi erano proprio l’opposto. Allora ho capito che il problema sono io…ed ora che so quali sono i due estremi, la prossima volta sceglierò nel mezzo. Al di là di pregi e difetti (che quelli ce li abbiamo tutti, io in primis), l’esperienza con Marc è stata importante e rivelatrice…e ancora una volta mi ha fatto capire che quello sbagliato sono io. Che le storie finiscono per colpa mia e delle mie fottutissime convinzioni e aspettative. Che in fondo ho ancora molto da imparare sull’amore…ma per poterlo fare, devo prima imparare ancora molto su me stesso.

Ad ogni modo, il dono più grande ed inestimabile che mi ha fatto San Francisco, è la spiritualità. Mi sono riscoperto una persona molto spirituale ed ho intrapreso un percorso di crescita e conoscenza che mi ha portato ad importanti rivelazioni. Il merito di questa ritrovata spiritualità, è senza debbio della mia attuale casa e delle mie attuali coinquiline – Jada e Kristy – che sono la mia famiglia di San Francisco. Da agosto abito in questo meraviglioso quartiere hippie ed ambientalista – Cole Valley, sottoquatiere di Haight Ashbury, dove nacque il movimento hippie negli anni 60. Vivo in una casa che è environmentally aware e sustainable. In casa sono vegetariano, mentre le mie coinquiline sono vegane. Ricicliamo ogni cosa possibile, e impariamo nuovi metodi per risparmiare energia ed usare fonti rinnovabili. Le mie coinquiline mi insegnano yoga, meditazione, non violent communication, Qigong, tapping (EFT), e altre tecniche di cura e guarigione. E’ un ambiente sano, pulito, rigenerante e di forte crescita. Jada e Kristy sono ragazze fenomenali: una è massaggio terapeuta che pratica il Chi Nei Tsang (Chinese Abdominal Massage), e l’altra è un’atleta che ora si sta allenando per un triathlon benefico che raccoglierà i fondi per sostenere la lotta al cancro del sangue. Entrambe sono grande fonte di ispirazione e di insegnamento e sono onorato di far parte di questa famiglia. Insieme possiamo veramente parlare di tutto, ed io mi sento sempre accolto, amato e protetto in questa casa. E’ un’esperienza incredibile e non so come potrei farcela nei momenti di sconforto senza questo indispensabile supporto. Non mi è mai piaciuto tirarmela…ma a volte davvero mi rendo conto di avere due palle così: vivo solo, dall’altra parte del mondo, senza l’aiuto dei miei e la vicinanza degli amici cari d’infanzia, in una terra straniera in cui sono l’”immigrato”, devo curare le mie finanze, pagare i conti, gestire le mie scartoffie burocratiche, senza aggiungere cucinare, lavare e stirare. Non mi vergogno nel dire che SONO ORGOGLIOSO DI ME STESSO.  Inoltre, per la prima volta nella mia vita, dallo scorso giugno sono completamente autosufficiente, ho conquistato finalmente la tanto desiderata indipendenza finanziaria…ed è una sensazione straordinaria che ho aspettato per tanti anni di poter vivere sulla mia pelle. Ed ora sono qui: un promettente giovane uomo talentuoso nel mezzo di una scalata professionale, ma soprattutto personale – e ci sono arrivato con le mie gambe. Non potrei essere più soddisfatto ed appagato di così. Mi sento da dio.

Naturalmente la mia vita non è perfetta, mica la do a bere a nessuno. Non faccio più il cantastorie di favole impomatate. Di momenti down ne ho avuti tanti. Tanti scoraggiamenti, tanto stress, tante paure, persino crisi di panico. Le cause principali? Naturalmente le colonne portanti della mia vita: Amore e Futuro.

Amore è un po’ stronzo e si diverte a tormentarmi l’anima. Per quanto razionalmente io possa scrivere che Simone faccia parte del mio passato…in realtà so che non è così. E per quanto io possa affermare che Marc non sia il ragazzo giusto per me o che non ne sia innamorato, una forza invisibile continua ad attrarmi a lui e farmene sentire il bisogno. Gli Spiriti la lezione già me l’hanno mostrata (vedi post precedente: “Healing – La Cura”): il mio modo di amare funge da riempimento dei miei vuoti. Amo perché mi sento incompleto. Amo afferrando elementi esterni stringendoli con bramosità al petto. Attiro a me persone delle quali difetti inesorabilmente rappresentano i miei, le mie mancanze, e accuso loro di essere sbagliati per me…quando sono io ad essere invece sbagliato per me stesso. Allora forse mento quando dico di non aver bisogno di Marc nella mia vita, o nel sostenere l’impossibilità dell’amore con Simone. O forse no. Forse solo non riesco ad accettare quella lezione: che se non amo me stesso con tutto il mio cuore, non riuscirò mai a trovare una persona che mi soddisfi. Nelle mie relazioni invece mi annullo negli altri…annego nella loro personalità che mi metto a dissezionare fino a trovarne le imperfezioni. Come un sabotatore. Metto nelle loro mani la chiave della mia felicità…e se loro non riescono ad aprirne la porta, allora mi convinco che non siano all’altezza dell’arduo compito. Ma la mia felicità non può dipendere da qualcun altro. E’ una responsabilità troppo gravosa per poter essere affidata ad un fidanzato. La felicità va davvero trovata dentro di se. Quando sarò sereno e in pace con me stesso, allora la mia positività attirerà il ragazzo giusto. Sono stanco di amare per necessità, per supporto, o per paura della solitudine. Adesso voglio AMARE per AMARE.

Dico “quando sarò in pace con me stesso”, perché ora certamente non lo sono affatto. Nonostante i traguardi raggiunti, i sogni realizzati, e le grandi conquiste personali, la mia anima è ancora irrequieta. Il nemico è sempre lui: Futuro. Futuro è piuttosto sadico, si diverte a mettermi alla prova, a testare la mia (già scarsa) pazienza. Io lo conosco piuttosto bene, ho sempre avuto un’idea piuttosto chiara dell’aspetto che ha. Se ne sta lì fisso davanti a me, però ogni volta che cerco di afferralo balzando in avanti, lui si divincola e si allontana ancora un po’. Si prende gioco di me e gli piace torturarmi. Fin da quando sono bambino, son cresciuto con la mentalità del “te lo devi guadagnare”. Ancora oggi pare che le cose per me non debbano mai essere facili ed indolori. No, io nel fango ci devo sempre sguazzare prima di raggiungere la fonte di acqua pura. Ed è vero che in questo modo il traguardo è ancora più soddisfacente…però…che coglioni! Parlando fuori metafora, la situazione è questa: negli Stati Uniti sono un immigrato (per quanto questa parola non mi piaccia affatto) e il mio status attuale dipende da questioni burocratiche anche conosciute come visti e permessi di soggiorno. Ad agosto, quando sono stato assunto dalla mia azienda dopo lo stage, il mio capo è rimasto talmente contento del mio lavoro che si è iniziato a parlare del futuro. Nel concreto ha deciso di sponsorizzarmi un costoso ed ambito visto per lavoratori che (se viene approvato) avrà la durata di 3 anni più rinnovo di altri 3. Tradotto: un sogno che diventa realtà (già quando ero in Michigan sognavo di trovare lavoro là e farmi sponsorizzare questo visto per poter restare con Drew!). Sapevo che il processo sarebbe stato lungo e tortuoso…ma se ad agosto mi avessero detto che avrei dovuto patire le pene dell’inferno, non so se ci avrei creduto. A fine agosto ho assunto un avvocato con il quale ho cominciato a lavorare per mettere insieme tutte le carte necessarie per fare domanda. Ebbene, la fase di preparazione è terminata l’8 dicembre scorso, quando finalmente la domanda è stata inoltrata. Ora, è quello che ci sta nel mezzo che è allucinante: mille imprevisti, ritardi, lunghissime attese, una camionata di burocrazia (fatti mandare la laurea tradotta in inglese da Padova, sistema i voti del libretto, trova le equipollenze dell’università del Michigan e di Berkeley, fatti convertire la laurea italiana in una laurea in comunicazione americana, prendi il treno e vai a incontrare l’avvocato a un’ora da SF, poi sistema i documenti finanziari, fai una lista di tutti i clienti europei dell’agenzia e cerca i contratti, scrivi la job description, aspetta che il capo abbia un secondo di tempo per firmarti un pezzo di carta, invia tutto all’avvocato con FedEx, aspetta email che non arrivano mai, lascia messaggi in segreteria a vuoto, paga con assegni circolari…ecc.) SCLERO! Ho passato dei momenti in cui davvero ho toccato la soglia della crisi di nervi…eppure dentro di me la speranza è sempre stata viva. Tutto questo fino a Natale, quando dopo mille peripezie, tecnicamente avrei dovuto ricevere una risposta (positiva) dal dipartimento dell’immigrazione…che invece è arrivata giorni dopo facendomi sapere che la decisione è stata rimandata per incompletezza della documentazione. Tutto quello che avevo chiesto per natale, l’unico vero regalo che avrei voluto trovare sotto l’albero, era quel sudatissimo visto che mi avrebbe permesso di tornare a San Francisco con il sorriso sulle labbra e la serenità nel cuore (almeno per 3 anni) e poter finalmente metter da parte lo stress accumulato in questi lunghi mesi per potermi concentrare su altri obiettivi. Invece ovviamente no…perché Futuro gioca a fare lo stronzo. Ora mi trovo qua, ad un mese e mezzo dalla scadenza del mio visto attuale, a non sapere cosa ne sarà di me a partire da marzo. Questa decisione governativa avrà il potere devastante di decidere le sorti della mia vita. In caso di esito negativo, a metà febbraio perderei il diritto di risiedere negli States, e di conseguenza perderei un lavoro a tempo indeterminato, uno stipendio, l’intera copertura assicurativa e previdenza sociale…ma soprattutto perderei la mia vita…che è qua e qua vuole restarsene. Non ho mai avuto tanta paura di perdere tutto come di questi giorni. E poi la gente ignorante in Italia pensa che gli immigrati abbiano la vita facile. Cosa ne sapete voi di cosa significhi inseguire un sogno in una nazione straniera, investire denaro e risorse per crearsi un futuro migliore, cercare di farsi strada nell’ostile tessuto sociale, costruire relazioni ed esperienze…per poi lasciare che un ufficio dell’immigrazione distrugga con un soffio tutto quello che hai messo insieme con tanta passione? Io ho un’altra chance, l’ultima chance. E sono speranzoso…devo esserlo per forza: la posta è molto alta e ho troppe cose da perdere. Mi aggrappo a quelle speranza con tutta la forza che ho in corpo…e continuo a lottare per vincere anche quest’ultima sfida. Ma quando mai farò una vita tranquilla io? Sto telefilm non finisce mai… ;)

Tornare in Italia è bello…ma solo per le vacanze! Le ultime che ho passato lì – quelle natalizie – sono state davvero belle. Finalmente. Dopo il ritorno lampo di giugno che altro non ha fatto che causarmi stress e incasinare la vita a chi non se lo merita, finalmente 16 giorni da passare tranquillamente con la mia famiglia. Se escludiamo il pochissimo tempo che ho passato con loro in quegli otto giorni di giugno, era un anno e mezzo che non avevo un bel rapporto in carne ed ossa (ovvero non tramite una webcam di Skype) con i miei genitori e mio fratello. E’ stata davvero una vacanza rigenerante e ricca di amore dei miei famigliari e degli amici di vecchia data. Qualche piccola nota melodrammatica anche questa volta non è mancata…fortunatamente la mia ritrovata maturità ha fatto in modo di sventare il colpo…che stavolta sarebbe stato mortale. Dimentico spesso com’è la realtà di paese (anche se in realtà io non ne ho mai preso parte visto che gli studi mi hanno sempre tenuto lontano dal borgo e dal suo parleggiare). La gente parla un sacco…(poverini è perché sono annoiati)…e parla a sproposito. C’è chi se ne va in giro a piangersi addosso cercando la pietà delle persone e raccontando storie di un traditore di sogni “scappato in America”. Mi fa sorridere. Perché è esattamente il contrario: io qui ci sono venuto per inseguire un sogno semmai. E facile parlare di fughe quando l’accusa esce dalla bocca di chi non si è mai avventurato all’infuori del suo orticello. Io non sono scappato da nulla e da nessuno. Io ho preso una strada…le altre decisioni, contestabili o meno, hanno naturalmente seguito quella scelta. Sorridi e annuisci. E l’unica cosa che puoi fare di fronte all’ignoranza. La futilità di cui certa gente si circonda parla da se…

Fortunatamente, le mie vacanze italiane non sono state intaccate da queste mine vaganti. Anzi, sono state all’insegna di quelle che sono le cose davvero importanti: famiglia, amici e buoni sentimenti. Ho rivisto Marco M. e Giuseppe (Michigan) dopo un anno e mezzo, ho rivisto Alessandra, Ketty, Chiara,e gli amici di sempre che ogni volta mi sorprendono con il loro caloroso bentornato. Poi Marco I. (Berkeley) è venuto a trovarmi da Bologna, dov’è tornato stabile, ed è stato stranissimo trovarci entrambi in terra madre per la prima volta. Però abbiamo passato una bellissima giornata e serata insieme! Mi manca già…

Ho voluto passare molto tempo con i miei genitori ed approfittare del mio ritrovato buon umore e del mio nuovo equilibrio interiore per interagire con loro e godere di un rapporto costruttivo (negli anni passati ero spesso inavvicinabile e scontroso). Mi hanno dato tanta gioia.

E col ritorno a San Francisco si conclude il mio 2010. Ieri, l’ultimo dell’anno è stato magico  e completamente inaspettato. Dopo le grandi epifanie degli spiriti (vedi post precedente: “Healing – La Cura”), eccoli tornare con nuovi insegnamenti…

Ogni esperienza, ogni persona, ogni relazione è unica e, in quanto tale, speciale e irripetibile. Finché continuerò a basare i miei giudizi sulla mia conoscenza passata del mondo, cercherò sempre il paragone, fisserò sempre delle aspettative che poi verranno deluse, e non afferrerò mai la bellezza e il potenziale dell’unicità delle esperienze che sto vivendo e delle persone che entrano nella mia vita. Ho chiesto scusa a Marc per averlo continuamente paragonato al modello di Simone. Ho chiesto scusa a Berkeley per averla fatta sembrare un nulla in confronto ad Ann Arbor.

L’altra importante rivelazione ha a che vedere con la mia dualità: la parte buona e spirituale e la parte diciamo più trasgressiva ed animale. Avevo fame mente ero lì sdraiato circondato da candele. Una calda baguette mi aspettava in cucina ed io la bramavo. Ma prima ho voluto capire che cosa questo bisogno davvero significasse. E’ un bisogno di nutrizione? Il pane non contiene nessun agente nutritivo: è solo fatto di acqua, farina e lievito. E allora la mia baguette che cos’era? Dopo essermi scervellato per un bel po’ ho deciso di saziare la voglia e di azzannarne un pezzo. E allora ho capito: la baguette era la mia voglia di fumare, di fare sesso, di sentirmi culturalmente parte di qualcosa (tradizione italiana del pane in tavola), e tante altre cose. Il pane era il vizio, l’abitudine, il tabù. E per quanto a volte io mi auto-convinca che sia sbagliato cedere ai vizi, alle abitudini e ai tabù…in realtà a volte ne ho bisogno. Ho bisogno di cadere in tentazione e di lasciarmi andare. Perché a volte la privazione e l’auto-castigazione mi fanno solo più male. Allora una forza dentro di me mi ha detto di uscire. Di andare fuori, in mezzo alla gente e di celebrare la fine di questo anno fantastico. Mi son vestito e sono corso fuori verso la fermata della metro. Il convoglio era pieno zeppo di ragazzi ubriachissimi che a malapena si reggevano in piedi. In genere una situazione del genere mi avrebbe fatto ribrezzo e pure un po’ di paura. Ma non ieri sera. Sono uscito di casa col cuore aperto alla gente e sapete una cosa…la gente intorno a me se n’è accorta ed ha visto il nuovo me. Sulla metro tutti si scambiavano auguri e cantavano canzoni. Anche questi ragazzi, che normalmente avrei reputato degli zoticoni trinca birre, mi sono apparsi sotto un’altra luce. La gioia nell’aria era talmente forte che ne sono rimasto inebriato. Quando sono sceso a Church Street tutto il convoglio mi ha fatto gli auguri. Poi ho iniziato a camminare sorridente su Market Street verso il Castro. Tante persone in festa, luci, costumi, gente fuori di melone. Mi ha fatto piacere. Ho ringraziato San Francisco per permettermi di fare parte di questo arcobaleno di colori ed energie. Poi un signore per strada mi ha fermato e mi ha detto: “Tu devi essere un creativo. Hai la faccia da creativo. Fai teatro? Scrivi? Disegni? Si, sono sicuro: tu sei un ragazzo creativo!” Quando ti apri alla gente e ti mostri per quello che sei…la gente ti percepisce davvero, ti sente. Basta solo far crollare quella maschera difensiva che spesso indossiamo per proteggerci. A volte mi è più facile non sorridere, essere silenzioso ed introverso. Poi i ragazzi mi dicono che me la tiro e che non mi approcciano perché sembro irraggiungibile con la mia aria da bello impossibile. E ci rimango male. Perché io sono tutt’altro che questo. Ieri ero me stesso. Con la gente. Tra la gente. In coda fuori da Trigger, una coppia mi ha chiesto di dove fossi. Nel sentire “Italy” la gente qua va fuori di testa. E mi invidiavano perché là è tutto bellissimo…molto meglio di San Francisco. Avrebbero fatto a cambio. E’ proprio vero che chi non ha il pane ha i denti e viceversa. Poi un ragazzo entra, mi passa davanti e mi dice: “Tu sei francese o italiano, giusto?” Resto un po’ stupefatto e gli chiedo come fa a saperlo. Mi risponde che un anno fa mi ha portato a casa a Berkeley dopo una serata nel Castro. Marcus! Come ho potuto dimenticarmelo, certo! Un anno fa, quando a Berkeley conducevo una misera esistenza di autocommiserazione, ogni tanto per sfuggire alla claustrofobia di quel luogo, attraversavo il grande ponte a bordo della metro e raggiungevo la città – meta tanto desiderata – per andare a scoprire qualche nuovo quartiere nel weekend, o per andare a ballare al Castro da solo come uno sfigato. Ecco, quella sera ero a Badlands, un club, e dopo una lunga nottata avevo conosciuto Marcus, un ragazzo adorabile, di quelli proprio vecchio stampo. Dopo aver parlato per un po’, come un vero gentiluomo mi aveva riaccompagnato fino a Berkeley (risparmiandomi 2 ore di bus notturno). Poi non l’ho più sentito. Già allora avevo avuto la sensazione che fosse una sorta di angelo custode venuto a salvarmi da una serata depressiva ed alcolica. Dopo ieri sera ne sono certo. Una volta entrato (e pagato la bellezza di $30) eccomi a Trigger dove praticamente bisognava camminare sopra le persone per poter passare. Prendo una birra e poi cerco di ballare nella bolgia. Sorrido. Per tutta la serata ho sorriso e un sacco di persone mi hanno fatto dei begli apprezzamenti. Poi, poco prima della mezzanotte, un ragazzo carino inizia a ballare con me. La musica del Castro è sempre la migliore. Poi countdown…10…9…8…7…6…5…4…3…2…1…HAPPY 2011! E il ragazzo carino mi bacia (porta fortuna dicono, no? Ah no, quello era il vischio…eheh). Poi mezz’ora dopo scopro che si chiama…indovina un po’…Marco. Vabbè comunque lascio perdere perché è di L.A., se la tira un botto e semba uscito dal telefilm The O.C. Tornato in pista, ho ballato ininterrottamente fino alle 2 (ora della chiusura) con Marcus, dei suoi amici, un altro ragazzo che conoscevo e altri che ho conosciuto sul momento. La cosa stupenda è che sono uscito di casa da solo ma non mi sono mai – neppure per un attimo – sentito solo, perché ero parte della gente, e quando sei ben disposto verso gli altri, conoscere persone diventa davvero facile. A Trigger hanno passato canzoni recenti e canzoni di qualche anno fa, canzoni che ascoltavo in Michigan, canzoni che suonavano al Necto di Ann Arbor quando andavo a ballare con Marco M., Giuseppe e Cat. Canzoni che in genere non riesco più ad ascoltare perché mi generano malinconia dei tempi passati. Invece ieri sera, dopo la lezione appresa, ho assaporato quelle canzoni e anziché compiangere le vecchie emozioni, ne ho fatto tesoro nel mio cuore. In breve, quello che ho imparato, è che devo lasciarmi andare molto di più, prendermi meno seriamente, colpevolizzarmi di meno, aprire me stesso agli altri, ammirare i ricordi ma imparare a non vivere di essi, che trasgredire ogni tanto fa bene, che puoi essere una persona profonda anche se ti piace andare in discoteca, che la gente ti apprezza quando ti mostri per quello che sei, che non sono solo mai, che c’è chi mi protegge, che ogni persona o esperienza è unica e speciale, che AMO SAN FRANCISCO con tutto me stesso.

Grazie 2010. Sei stato un grande anno, e hai reso me un po’ più grande.





Healing – La Cura

5 12 2010

Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in una selva oscura che la diritta via era smarrita…

(Non sempre la soluzione ai nostri problemi viene dall’esterno. Siamo esseri potenti, dotati di poteri curativi che vanno al di là dell’immaginazione.)

Ridevo. La situazione mi divertiva al quanto. Per la prima volta dopo tanto tempo mi sentivo leggero ed in pace con il mondo, felice. Godevo del momento presente. Poi, è arrivato lui – l’altro me – quello che rovina sempre tutto. Il guastafeste. Il sabotatore. Il calcolatore preciso e ineccepibile. Il giudice severo. Il sentenziante. E mi ha urlato di smetterla. “Questo non è un gioco, non è un divertimento. Devi cercare te stesso: è una cosa seria”. E il buco nello sterno si allarga, lasciando tralasciare la solita malinconia, la abituale tristezza. “Perché non vuoi farmi giocare?”

Rotolavo. Rotolavo su una spiaggia di sabbia fina, fino a toccare l’oceano, fino a bagnarmi. Le mani di mia madre mi cullavano tra le onde. O forse era madre natura. Forse dio. Chi lo sa. E mentre sguazzavo nell’acqua, ecco l’ondata nera – l’altro me – che mi ribalta per riportarmi alla realtà. “Devi focalizzare le tue attenzioni, concentrarti, perseguire i tuoi obiettivi, porti le domande giuste.” Non posso solo giocare? Almeno per un attimo. Almeno senza sentirmi in colpa.

Perché mi parlate in inglese spiriti? Non è forse l’italiano la mia lingua madre? Why do you speak English to me? – “What’s the matter? Qual è la differenza? Non ci capisci forse in egual misura?” E’ perché a volte non so come esprimermi, a volte mi sento di appartenere a due mondi e a nessuno allo stesso tempo. A volte vorrei urlare le mie emozioni più profonde in inglese e mi inciampo. A volte vorrei essere immediato e naturale ma nessuno mi capisce in italiano. Ma alla fine, a quale mondo appartengo io? Da che parte sto? Sono un’entità ibrida, ed è una ricchezza: non ne devo soffrire.

Abbracciavo Nasino nel mio letto – il mio fedele animale di pezza compagno di mille viaggi e mille avventure. Ma il tasso Nasino (o è forse un riccio?) è molto di più che un semplice pupazzo. E’ l’amore che mi porto appresso, è la sicurezza che mi accompagna, è il conforto di quando mi sento solo, il cordone ombelicale che mi lega all’infanzia, il ricordo di ciò che è stato. Nasino è tutto ciò che non voglio perdere.

Perché non ti trovo più? Dove sei finito? Nasino si era nascosto. O forse era partito. Mi aveva abbandonato? Le lacrime sul viso. Non è un pupazzo: è la paura dell’abbandono, la paura della solitudine, la paura che le persone che mi amano si allontanino da me. Gli amici partono, le relazioni finiscono, i rapporti evolvono, i parenti muoiono…! Nasino è il conforto alla mia paura. La paura della morte. Non avevo mai realizzato quanto la morte mi paralizzi e mi spaventi. Ho rivissuto la morte dei nonni, il vuoto nel cuore di mia madre, la mia inettitudine di fronte a quella situazione. Poi sono volato fino al letto di nonna Gina. Ed ho ammesso a me stesso che fin da quando sono piccolo la mia più grande paura è quella di perderla. Quella che prima o poi dovrò lasciarla andare. Che qualcuno all’improvviso la strapperà dalle mie braccia. Come gli spiriti mi hanno stappato Nasino dalle mani. Non te ne andare nonna, resta con me. Resta con me e Nasino. Resta con me sempre. Ho visto la morte in faccia, e le lacrime hanno coperto il mio viso. Non andatevene spiriti. Io devo capire. Devo tenermi stretto tutto l’amore, gli amici e le persone care. Voglio stingere Nasino al mio petto per non avere paura di crollare nel mondo misterioso dei sogni. Non ve ne andate.

Ma davvero amare significa afferrare veracemente e soffocare l’oggetto del nostro amore contro al petto? Amare è forse stringere forte e non mollare la presa? L’amore davvero viene solo dall’esterno? Perché ci ostiniamo a credere che la fonte della felicità sia all’infuori di noi? Forse siamo noi la sorgente! Ed è allora che ho lasciato andare Nasino. E la nonna. E i nonni. E gli amici in partenza. E tutte le persone che lasciano la mia vita. Andate! Dovete fare il vostro corso, come io devo fare il mio. Vi amerò sempre. Ma soprattutto, io amo me stesso, e sono qui con me. Sempre.

I rumori dalla strada distraevano i miei pensieri. Smettetela auto di sfrecciare davanti alla mia casa. Questo è il mio spazio. Smettetela passanti sconosciuti di camminare sotto la mia finestra, parlando di cose che non mi riguardano: le vostre conversazioni non mi interessano. Smettetela ragazzette frivole di ridere animatamente: i vostri schiamazzi mi disturbano. Aspetta un attimo…forse allora non sono poi così aperto come credevo! Così tollerante, disponibile, accogliente.

Una mano sulla mia fronte si è alzata e a mo’ di tentacolo ha iniziato a pulsare con movimenti circolari. Dall’esterno verso l’interno della mia mente. Ho accolto – risucchiato – pensieri, prospettive ed opportunità esterne…e le ho rese mie. Ho aperto ulteriormente la mente alle altre opzioni che la vita offre. Non c’è solo la mia versione dei fatti: la gente ha tante storie da raccontare. Bisogna ascoltare ed imparare . Bisogna tendere una mano e coinvolgere. Bisogna immergere il piede e poi buttarsi in nuove situazioni.

Mi sono ritrovato sottoterra. Circondato da radici (forse sono una radice anch’io). Ed è lì che è iniziato il viaggio nel passato, il processo di scoperta, la cura: un tunnel temporale indietro nel tempo…fino ad un momento specifico della mia infanzia. Un periodo importante che avevo dimenticato. Ho capito chi è la prima persona di cui mi sono innamorato da bambino, e di come strapparmi da lui e da quel mondo sia stato doloroso. Ho ricordato quella conversazione in auto con papà. Una conversazione che forse ero troppo piccolo per poter capire…e che non credevo invece potesse crearmi un tale shock emotivo. La mia idea di amore ha iniziato a formarsi allora. Con la delusione, con la rabbia. Come ho potuto dimenticare quell’episodio? Dopo quel giorno, Samuele non l’ho più rivisto. Cosa ne sapevo io dell’amore? A quanto pare niente. Ma non è che gli adulti potessero insegnarmi un granché in fondo. E forse inconsciamente non ho mai perdonato mio padre.

Durante la mia fanciullezza non ricordo di aver mai visto i miei genitori baciarsi. Forse non ho nemmeno mai creduto si amassero veramente. Lo scambio d’affetto sembrava qualcosa di troppo privato per essere mostrato in pubblico, persino davanti a me. Di amore da loro ne ho ricevuto tanto però. Durante il mio viaggio, mia madre è stata sempre presente. Con le sue carezze e il suo affetto incondizionato. L’amore non mi è mancato. Poi è arrivato mio fratello, e si aggiudicato mio padre tutto per se.

Per questo amo all’incontrario. Per me l’amore è una continua manifestazione di gesti, di sentimenti, di emozioni. Mi sento così insicuro che ho il bisogno costante di affermazione. E lo mostro in pubblico. Lo urlo al mondo. Lo spiattello ai quattro venti. Talvolta persino me lo invento l’amore, anche quando non lo provo. Lo ingigantisco, lo rendo palese, visibile, tangibile, palpabile. Per essere sicuro che ci sia, che si veda. Che le persone intorno a me ne siano al corrente. Ma l’amore è qualcos’altro…ancora non l’ho imparato a quanto pare.

I bambini sono cattivi. I bambini mi torturavano. I bambini sono stati i miei aguzzini. “Ma sei un maschio o una femmina?”, “culo”, “frocio”, “finocchio”. Io non ho mai detto nulla ai miei. Nessuno ha mai preso le mie difese. Solo non capivo perché gli altri mi percepissero così e allo stesso tempo mi sono sempre sentito diverso da tutti. Alle elementari e alle medie ho frequentato ragazze per dimostrare agli altri (a me stesso?) di essere come loro mi volevano, come la società mi voleva. E mi prendevo gli insulti come frustrate al cuore. Alle superiori le cose non me le dicevano in faccia, ma le mormoravano tra i banchi o nei corridoi, ed era ancora più umiliante e disarmante. Allora per proteggermi, diventai uno stronzetto con la puzza sotto il naso. Uno di quelli che giudicano come gli altri si vestono, o che fanno commenti superficiali. Uno di quelli che nei college movies americani fa la parte del bulletto o della cheerleader stronza. Ma quello non era il vero me. Solo una scorza dura.

Poi gli spiriti mi hanno portato a vedere il momento più duro di questo processo di tortura: l’autorealizzazione. Quando ammetti a te stesso di essere davvero diverso. Di essere gay (o di essere qualsiasi cosa che si discosti dalla “norma”). Quello è il momento più difficile, specialmente se sei un giudice crudele con te stesso. Le lacrime scorrevano come fiumi in piena sul mio viso nel rivedere queste scene: soprattutto nel rivivere il momento della mia prima volta…totalmente diversa da come sarebbe dovuta essere. 17 anni, una 600 parcheggiata nel bosco, ed un ragazzo più grande conosciuto su internet (unico mezzo con il quale agli inizi degli anni 2000 potevi sapere che al mondo esistevano altri “deviati” come te). Mi sono sentito violato. L’amore è tutta un’altra cosa. Le lacrime sul mio viso si sono tramutate in sperma che mi ha accecato gli occhi e inondato la gola in un grido di terrore.

Il viaggio è continuato fino ad un altro momento che ha cambiato la mia adolescenza per sempre: il coming out con i miei genitori. Lacrime. La negazione e il rifiuto di mia madre, l’inettitudine e l’imbarazzo di mio padre, il segreto, lo psicologo, il muro di silenzio per quasi due anni. Poi finalmente la luce, il dialogo, la comprensione, l’accoglienza, l’accettazione, la…normalità. Amore, di nuovo.

Infine c’è Simone. Quell’entità che si cela nella mia testa e che ancora mi inonda il cuore. Quella malattia da cui non vuoi guarire. Quella cura che non vuoi somministrarti. L’ho rivisto in sogno, ancora. Non ho rivisto nessun’altro: niente Thomas, Mattia, Raf, Dario, Nicola, Daniel, Drew, o Marc…! Solo Simone. Lui è ancora là e non si vuole muovere. Lui è ancora il carburante delle mie emozioni, quello che mi ha dato fuoco, quello che si è preso cura di me nonostante tutti i maltrattamenti che io gli riservavo. Simone resta ancora lì in sospeso nel mio cuore, nella sua parte riservata che si è meritata negli anni. Lui è l’unico che gli spiriti hanno ritenuto degno di mostrarmi in sogno…alla fine del mio processo di accettazione.

E dico accettazione perché la rivelazione successiva è una di quelle che mi hanno scosso maggiormente. E sorpreso. Da sottoterra, mi sono elevato verso il cielo: ho fratturato il suolo e come un germoglio ho preso vita nel mondo in superficie. Sono rinato. E l’epifania è sopravvenuta: sebbene avessi sempre dato per scontato di essere OK con il mio essere gay, in realtà una parte di me ancora non mi accetta, una parte di me ancora mi rifiuta…come un germe sociale iniettato alla nascita che si ribella contro il mio essere diverso (diverso da chi?). Ed ecco la magia…mi sono voltato sul dorso fissano il cielo intensamente, e ho parlato (per la prima volta) con dio (o l’universo, o l’entità generatrice del tutto, chiamatevela come vi pare). Ho chiesto a dio di dirmi se per lui fosse OK che io fossi gay. Se mi amasse comunque. Se fossi comunque una sua creatura…E dio mi ha risposto che mi ama con tutto se stesso e che mi ha creato e mi ha sempre accettato per quello che sono, che essere gay è normale, ed è frutto della sua volontà. Allora mi sono sciolto in un pianto emozionato…e per la prima volta nella mia vita ho sentito di aver accettato me stesso, di amare me stesso incondizionatamente. IO MI AMO!

Che ore sono? Devo sapere l’ora! – “Marco, davvero devi sapere che ora è? Non c’è orario. C’è solo l’adesso! Vivi e godi il momento presente senza preoccuparti del tempo, del futuro, degli impegni…”

Ho freddo, voglio accendere il riscaldamento! – “Sei sicuro di avere freddo? Ascolta il tuo corpo. Cosa ti dice? Sei sicuro che questo sia il tuo vero bisogno, il bisogno profondo? ”

Il brufolo sulla mia fronte stava lentamente diventando una montagna, lo toccavo mentre cresceva e si faceva duro. Ero disgustato. “Non mi piace! Non mi piaccio!” Il mio viso è diventato d’argilla. Nonostante i tentativi di plasmarlo e modellarlo, è restato imperfetto. Ed è allora che ho iniziato ad irritarmi e ad agitarmi. Non ammetto imperfezioni io! Sistema questo naso, cancella il brufolo, sgonfia i glutei, elimina le maniglie dell’amore, estirpa i peli in eccesso…Ho afferrato una penna ed nervosamente ho cominciato a ridisegnare il mio volto, tracciando linee e marcando punti in cui apportare le modifiche. Poi ho finalmente capito…questa è un’altra cosa che devo lasciare andare, un altro preconcetto di cui mi devo sbarazzare. Non si può essere perfetti. Non sono perfetto e non devo esserlo a tutti i costi. Allora ho chiesto perdono al mio corpo, alla mia anima, e al creatore. Ed ho cominciato ad accarezzare il mio naso (che non mi è sembrato più così incurvato), il  mio petto villoso (che non mi è sembrato più così sgraziato), e i miei glutei (che non mi sono sembrati più così gonfi). E mi sono piaciuto per quello che sono – nell’anima (che non mi è sembrata più così fottutamente complessa). Io mi piaccio. Io mi amo.

Poi la penna si è alzata al cielo, stretta nella mia mano, ed ha cominciato a scrivere storie meravigliose e dipingere paesaggi da favola nell’aria. Un artista? Non lo so. Sicuramente un creativo. Le penna magica mi ha rimproverato per aver trascurato la mia creatività per così a lungo…per non avere più scritto nulla, per non avere più disegnato, per non aver più fantasticato su un foglio di carta. Ultimamente sono tornato a cantare…però c’è molto di più da fare: la penna mi ha portato in un altro viaggio nel passato per mostrarmi tutta la creatività che da bambino sprigionavo. Ho rivisto le scenette che organizzavamo con certi compagni di scuola alle elementari, la mia passione per la recitazione ed il canto, il mio desiderio di diventare un regista, gli spettacoli estivi di Teatro Colombi che organizzavo ogni anno nel garage di casa con l’aiuto del mio fratellino, le cose strabilianti che costruivo con i mattoncini Lego o con gli oggetti che avevo a disposizione (i fortini sotto alla scrivania, la funivia dei peluches, le TV fatte con le confezioni di Tavernello, i lavoretti dell’Albero Azzurro e Art Attack…). Dov’è finito tutto questo? Quando ho soffocato la mia creatività? Perché le ho messo un guinzaglio? Perché non inseguo più gli stessi sogni e le stesse ambizioni? Ho (ri)scoperto di essere un creativo, che la creatività è la mia natura più profonda e che voglio fare di più per darle espressione e portarla a galla.

Mi scappa la pipì, posso andare in bagno? – “Sei sicuro che sia vero? Sicuro che sia un bisogno reale?”

Mi sono alzato a fatica e mi sono ritrovato davanti alla porta chiusa della mia camera. La temperatura era ottimale ed io mi sentivo a mio agio e protetto in quelle quattro mura. Sapevo che al di là della porta mi aspettava un lungo corridoio freddo e buio. Ho esitato per un po’ di fronte a quella porta chiusa: davvero voglio aprire la mia porta all’ignoto? Davvero voglio correre il rischio di raffreddarmi? Perché mai dovrei lasciare un luogo così famigliare – la mia “comfort zone” – per avventurami nel mondo esterno? Non fa forse paura? Ma il mio desiderio di scoprire, mettermi in gioco ed esplorare è di gran lunga maggiore della mia paura dell’ignoto. Allora mi sono fatto coraggio, ho afferrato la maniglia, spalancato la porta ed ho corso per il corridoio fino ad arrivare al bagno. Mi sono sentito così forte ed orgoglioso di me stesso! Aspetta…e poi come tornare al buio? Mi sono affacciato dal bagno sporgendomi verso il corridoio, ed ho visto la lucetta segnaletica che è sempre accesa vicino alla mia camera…Quella lampadina mi ha indicato la strada del ritorno.

Rimettendomi a dormire ho sentito Kristy rientrare dopo la serata passata col suo nuovo ragazzo, e mi sono irrigidito. Un estraneo in casa?! Ma poi ho afferrato il vero significato di quel suono sulle scale e della risatina felice di Kristy. Per quanto la vita comporti perdite e spesso bisogni lasciar andare o veder partire le persone che amiamo…ci sono sempre nuovi arrivi, sempre nuove persone che possiamo accogliere nella nostra casa. Bisogna solo essere aperti a questa grande opportunità. Non era solo Kristy a rientrare in casa…nella mia visione lei era la personificazione dell’amore…l’amore che risale le scale e ritorna nella tua vita quando meno te lo aspetti. E c’è così tanto amore da dare…

-“Noi dobbiamo andare ora! Spogliati!”

-“E perché mai dovrei spogliarmi?”

-“Perché no?”

-“Perché io non dormo nudo, non mi sento a mio agio.”

-“Sono solo i tuoi stupidi preconcetti sociali. Togliti i vestiti.”

-“No! Non mi sono nemmeno fatto la doccia, non voglio entrare nelle lenzuola. Mi sento sporco.”

Non solo mi hanno fatto togliere i vestiti di dosso, ma mi hanno anche lavato. E durante il processo di purificazione mi sono sentito rigenerato. Ho gettato al vento i pantaloni del pigiama, la maglia e i calzini che prima mi si attorcigliavano intorno alle gambe. E mi sono sentito pulito, rigenerato, e…nudo. Privato delle mie paure più profonde e nutrito profondamente nell’anima. A mio agio, in pace con il mondo: un tutt’uno con la terra. E in posizione fetale mi sono riconciliato con me stesso e mi sono addormentato credendo di abbracciare Nasino…ma in realtà…stavo abbracciando me stesso.

E’ bello prendersi cura di se’.

Grazie di cuore.

Marco.





Stelle cadenti

1 06 2010

Mezzanotte e quindici. Ultima notte a Berkeley. Una serata del cazzo sinceramente. Come tante. Oggi ho fatto le valigie, guardato un paio di show online, ammazzato il tempo, pensato…poi mi sono fritto delle zucchine e le ho usate come condimento per la pasta – i garganelli, i miei preferiti. Ho lavato i piatti per l’ultima volta, poi mi sono rimesso al computer pensando a cosa avrei scritto su quest’ultimo blog post. Non ho molta voglia di scrivere: sono piuttosto stanco e svuotato. In realtà so che è una reazione alla partenza. Ma questa volta è così dannatamente diverso…non ho mai provato queste sensazioni…perché non sto lasciando davvero questi luoghi, ma allo stesso tempo non sto nemmeno tornando a “casa” per restarci. Strano. In questi ultimi giorni non ho sentito quel bisogno impellente di vivere ed assorbire tutto avidamente per l’ultima volta prima di partire. Quel prendere un grande respiro e riempire i polmoni di aria buona…per resistere poi all’apnea del ritorno per un po’. No. Questa volta no.

Ancora una volta eccomi seduto su di un materasso spoglio circondato da pareti nude da cui ho strappato colori e ricordi. Ancora sentire l’eco nella stanza vuota. Un eco che a volte sembra rimbombare dentro di me. Eccomi di nuovo in piedi sulla sedia a staccare tutte le stelle fosforescenti dal mio cielo. Stelle cadenti. Eccomi ancora ad esprimere un desiderio quando quelle stelle cadono. Desiderare che la prossima volta sia ancora meglio, che la prossima volta mi impegnerò a non commettere più gli stessi errori, che farò le mosse giuste, che mi impegnerò a ricominciare da zero – nuovamente – per essere una persona migliore in un contesto diverso. Quelle stelle attaccate con lo scotch trasparente mi danno la possibilità di adattarmi sempre a nuovi cieli, mi permettono di ridipingere nuove costellazioni, di provare nuove combinazioni, di reinventarmi ogni volta…nella speranza che la prossima volta celeste sia ancora più ampia…per fare in modo che possa splendere di luce nuova. E che paura possono farmi ormai queste pareti vuote, questo soffitto buio? Ci sono talmente abituato a viaggiare con le stelle in tasca e il rotolo di nastro adesivo in mano! Siamo io, le stelle, e le scatole di cartone. Scatole di cartone che di nuovo si riempiono di frammenti di vita che porto via con me verso la prossima destinazione. La valigia rossa si riempie invece dei tanti costumi di scena che la vita mi fa interpretare, e con le sue ruote mi segue ed evolve con me. Questa volta però la valigia rossa resta. Resta ad aspettare il mio ritorno, tra nuove pareti, sotto un nuovo soffitto, sull’uscio di una nuova esperienza, all’inizio di una nuova avventura da vivere con lo stesso entusiasmo di sempre.

Non sono triste. Solo spaesato, come sempre prima di una partenza. E’ uno spaesamento diverso questa volta però. Unito a un filo sottile di rabbia e delusione. In questa mia ultima serata a Berkeley non ci sono addii, solo pochi arrivederci. Ferisce pensare che se davvero dovessi lasciare questi luoghi per sempre nessuno probabilmente sentirebbe la mia mancanza e non credo che io sentirei la mancanza di nessuno. Ferisce realizzare di non essere stati in grado – in questi 10 mesi – di costruire delle relazioni solide, delle amicizie profonde. Ferisce sentirsi incapaci, un po’ sterili, un po’ induriti.

In realtà questa mia perenne insoddisfazione questa sera voglio lasciarla da parte. Un amico mi ha detto: “Questa sera fatti una passeggiata e pensa a tutte le cose meravigliose che hai fatto quest’anno, e sii grato ed orgoglioso di essere stato a Berkeley”. Io la passeggiata l’ho fatta virtuale…sfogliando i 26 album di fotografie che in questi 10 mesi ho scattato. E mi sono reso conto che non ho nulla di cui lamentarmi…anzi ho solo che da ringraziare ed essere fiero…perché anche se certe cose non sono andate come avrei voluto io…è stata un’avventura fantastica, un’esperienza che mi ha cambiato (ancora) la vita, un’opportunità che mi ha spalancato delle porte importanti, un viaggio che – anche se non mi ha legato a tante persone nuove – mi ha dato la grande possibilità di approfondire i legami con persone che nella mia vita erano rimaste in un angolo fatto di ombra. Ripenso ai viaggi che ho fatto, alle città che ho visitato, al grande ritorno in Michigan, ai road trip con Dilly, Ale e Bry, alle vacanze con Lily e al ritrovo con Cat, Katerina, Brian e Renzo, alle cene con Angela, alle belle serate con Marco, agli italiani del primo semestre, alle lunghe chiacchierate con Giulia, agli sfoghi con Sue, ai concerti, le parate, le mie gite solitarie in città. Non sarà stato un party continuo…ma mi sono divertito e sono stato bene. Ripenso all’esperienza universitaria, ai bellissimi corsi che ho seguito, al lungo lavoro di preparazione professionale che ho intrapreso, agli sforzi per trovare un lavoro, e alla soddisfazione di raggiungere gli obiettivi prefissati con le proprie forze. A volte avrei forse voluto sentirmi più amato, più circondato di persone che mi vogliono bene, più socievole…ma forse io – prima di chiunque altro – avrei dovuto aprirmi di più, avrei dovuto amare di più, avrei dovuto concedermi e lasciarmi andare di più con le persone. E allora ecco che quelle stelle – di nuovo – mi danno la possibilità di andare avanti, cambiare, reinventarmi, correggere il tiro, imparare dai miei errori, e possibilmente migliorare.

Queste ultime settimane sono state davvero bellissime. Dopo una crisi esistenziale (in pieno periodo esami) causata dai miei soliti scompensi emotivi per tu-sai-chi, ho passato i miei esami finali a pieni voti. Non mi ero mai sentito così bipolare prima di allora. Totalmente paralizzato dai pensieri, completamente incapace di concentrarmi. Per un attimo ho avuto paura. Poi, lentamente, si è affievolito e ho ripreso il controllo della situazione giusto in tempo per non farmi bocciare. Poi, finiti gli esami, fortunatamente non ho avuto nemmeno un secondo per pensare o per stare da solo. Infatti Bry è arrivato esattamente il giorno dell’ultimo esame e si è fermato a trovarmi per 10 giorni (6 dei quali li abbiamo trascorsi a rotta di collo guidando per l’intera California in un fantastico road trip: Santa Cruz, Santa Barbara, Los Angeles, Newport Beach, San Diego, Las Vegas, Death Valley, Mammoth Lakes, e South Lake Tahoe). Un altro bellissimo viaggio che mi ha fatto riscoprire una bella persona per troppo tempo rimasta un’amicizia in potenza, ma non in atto. Poi c’è stata la tappa di Alberto e dei suoi compagni di viaggio a San Francisco e Berkeley…e di nuovo ti rendi conto che a volte siamo più vicini per mentalità ed affinità a persone che invece credevamo le più lontane…che a volte le persone di cui ci circondiamo non sono quelle di cui davvero abbiamo bisogno. Poi ho passato una giornata bellissima – senza dubbio la più bella da quando sono a Berkeley – con Marco e Jenna al lago Anza nel cuore del Tilden Regional Park, un parco naturale sulle colline di Berkeley, sulle quali credevo ormai che non ci sarei più andato. Sai quelle giornate perfette perché del tutto inaspettate e per nulla pianificate? Un’intera giornata sdraiati sulla sabbia artificiale di questo laghetto di montagna circondati dalla foresta incontaminata a crogiolarsi sotto al sole (e visto che fino ad ora ha fatto piuttosto freddo qua, è stata una vera manna dal cielo poter stare sdraiati in costume su una spiaggia!) in compagnia di belle persone. Just a perfect day! Mi ha reso molto felice, a dimostrazione che a volte davvero ci vuole un nulla per stare bene. Ieri invece è stata una giornata folle di trasloco. Colazione sorpresa con Renzo in visita a San Francisco tra Italia, Salt Lake City, e Colorado. Un’altra fantastica mattinata a nord Berkeley a suon di waffle di Cafè Guerrila e scambi di storie ed emozioni che ogni volta mi fanno crescere come essere umano. Bello rivedere Renzo, così un po’ per caso, un po’ per fortuna. E’ sempre un bel raggio di sole che torna a rasserenare il cielo nebbioso di Berkeley. Dopo una bella colazione, chiacchiere e una lunga passeggiata, di nuovo i saluti. Poi inizia l’incubo del trasloco: riempi la valigia di roba sporca, di tappeti, lenzuola, tende, coperte…corri verso la lavanderia a gettoni…fai partire tre lavatrici, poi tre asciugartici. Aspetta 1 ora e mezza, piega tutto, riemetti in valigia, corri verso casa. Cazzo, sono stra indietro e sono già le 4. Riempi due scatoloni; svuota le mensole e l’armadio; dividi le cose da lasciare a Berkeley, quelle da portare a San Francisco e quelle da portare in Italia; fai tre valigie diverse. Poi corri a prendere la macchina che ho noleggiato un’ora in ritardo. Fermati a comprare lo scotch per pacchi. Porta giù i due scatoloni, la straripante valigia rossa, le due borse, le scarpe, lo specchio, la lampada. Carica tutto in macchina, stampa l’itinerario da Google Maps e parti con un’ora e mezza di ritardo. Oddiooooo….non smetterò mai di dirlo: guidare a San Francisco mi emoziona, mi sono sentito troppo felice di attraversare l’argentato ponte dell’East Bay al tramonto e vedere la grande città materializzarsi davanti a me. “Cazzo, sto andando a vivere a San Francisco, ancora non mi sembra vero” pensavo guidando sospeso sull’oceano. Una sensazione indescrivibile di libertà. Poi ho sbagliato uscita e mi sono perso…ma a parte questo tutto bene: perdersi per San Francisco e guidare sulle sue ripide e scoscese strade è semplicemente magico. Tutti dovrebbero perdersi a San Francisco almeno per una volta. Sono stato bene e mi sono sentito orgoglioso di me stesso. Sto facendo tutto questo da solo, posso contare su di me. La città mi attende…! Arrivato a casa – la nuova casa sulla collina con la vista mozzafiato – i miei nuovi coinquilini mi aspettavano per una cena organizzata per l’occasione. Vivere lì sarà un cambiamento radicale rispetto alla hyppie Berkeley e alla mia casa sfattona di qui. In fondo le mie coinquiline un po’ mi mancheranno…con le loro confusioni, la loro totale mancanza di ordine, il loro essere così “alla giornata”. Mi mancherà il grande orto comune dove i vicini di casa dormono sui divani o nelle tende intorno al fuoco. Mi mancherà quest’aria di condivisione, le bandierine colorate appese ovunque in giardino, i vicini che piantano ortaggi e marijuana e mi tengono sveglio fino alle 3 del mattino suonando banjo, mandolino e pianoforte. Mi mancheranno tutti sti sfattoni di Berkeley, gli hyppies, i ragazzi senza tetto che vivono su Telgraph Avenue o sulle case sugli alberi, l’odore di cannabis ed incenso mentre cammini per le strade, i negozi esotici ed esoterici, tutta questa ostentazione anni ’60. Peace & Love. Flower Power. Io e Berkeley abbiamo avuto uno strano rapporto di amore e odio. A volte mi ha dato la nausea con i suoi odori e le sue fattezze così retrò, altre volte mi ha innervosito per la sua eccessiva politically correctness e il suo comunismo fuori tempo…però tutto sommato Berkeley ha anche saputo intrigarmi, stimolare la mia curiosità, esprimere tutti i suoi estremi e le sue affascinanti contraddizioni (quartieri ricchissimi, boutiques e ristoranti rinomati, viste mozzafiato sulla baia, scorci paesaggistici suggestivi…versus…barboni e senza tetto, quartieri degradati, persone mentalmente squilibrate per la strada, proteste assurde. D’altronde però…è qui che nacque il Free Speech Movement, ovvero uno dei pilastri portanti di questo grande Paese…e ancora lo si respira nell’aria…! Questa casa che lascio è un po’ come Berkeley: o la ami o la odi…però ha decisamente un carattere tutto speciale. Da bravo criticone quale sono, riuscirò sempre a trovare difetti nelle persone con cui vivo (perché io stesso sono un coinquilino difficile)…però una cosa è certa: meglio vivere in una casa sporca con delle persone che ti vogliono bene, piuttosto che in una casa limpida a livelli schizofrenici con dei coinquilini insulsi e figli di puttana.

Una volta scaricati valigia, scatoloni e borse nella nuova casa (la mia settima casa…) e finita la cena, ho riattraversato il ponte che separa la città dalla baia est…forse per l’ultima volta. Di nuovo tanti pensieri e tante emozioni sono esplosi nella mia testa. Non vedo l’ora di riabbracciare i miei, e allo stesso tempo non vedo l’ora di tornare qua e di ricominciare tutto da capo. Ho voglia (e bisogno) di un nuovo grande inizio nella città: la mia vita in città, la mia vita a San Francisco. Non vedo l’ora di cominciare a lavorare all’agenzia, di scendere dalla collina alla mattina presto e prendere la metropolitana fino al cuore finanziario della città, per arrivare in First Street, prendere l’ascensore ed essere in ufficio. Amare il mio lavoro, imparare cose nuove, mettermi in gioco, guadagnare il mio primo stipendio vero, essere TOTALMENTE INDIPENDENTE. Basta preoccuparsi di come arrivare a fine mese, basta terrore di chiedere altri soldi ai miei, basta sentirmi un peso, sentirmi in colpa. Solo io, il mio lavoro e…SAN FRANCISCO. E’ la mia grande opportunità e non vedo l’ora di iniziare alla grande.

Ancora non realizzo bene come saranno questi giorni in Italia. Ho tante aspettative, tanta voglia di riabbracciare la mia intera famiglia e poche altre persone. Mi piacerebbe potermi rilassare, ma tra visto, faccende burocratiche con l’università e preparazione al viaggio di ritorno in California…non credo ce ne sarà il tempo. Non so cosa aspettarmi. Credo che sarò totalmente disorientato ed incredulo e mi sembrerà di essere anestetizzato ed anche un po’ ubriaco. Quello che so di per certo è che sono cambiato tantissimo. Niente più striscioni e palloncini all’aeroporto per me. Non li voglio più. Niente più video commemorativi. Me ne sono partito in silenzio e ritornerò in punta di piedi. In fondo questo non è un ritorno: è una visita. E non sono i grandi gesti o la voce alta ad attirare l’attenzione delle persone che amiamo…a volte il silenzio o poche parole dette (o scritte) piano, hanno l’effetto di scalfire la roccia…!

Su quell’autostrada a cinque corsie sospese sull’oceano da cavi d’acciaio pensavo a queste cose ieri…pensavo a cosa mi aspetta, a cosa avrei cambiato della mia esperienza a Berkeley, a come voglio cambiare io…pensavo. L’unica cosa che davvero avrei voluto, l’unica cosa che avrei cambiato di quel momento magico, l’unica cosa che avrebbe davvero reso quel momento perfetto…sarebbe stato che, mentre guidassi, quel sedile in parte a me non fosse stato così maledettamente vuoto…!

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Buonanotte Berkeley. Domani è un altro giorno, devo andare. Ho nuove stelle da appendere su nuovi soffitti. In questi mesi, sotto questo firmamento, alcuni sogni si sono realizzati. Ora è tempo di far cadere altre stelle.

Grazie di tutto Berkeley. Ti amo. Ti odio. Addio.

Bay Bridge








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